Pasadena, 26 luglio. Dopo la riuscita manovra con cui ieri gli scienziati di Pasadena hanno liberato il braccio telescopico della sonda Viking I, si attende ora con comprensibile interesse l'esperimento di mercoledì, quando si procederà al prelievo di un campione di suolo marziano. L'analisi del campione nelle speranze degli scienziate, dovrebbe permettere di accertare la presenza o no di tracce di vita su marte e insieme raccogliere dati di prima mano sulla evoluzione del pianeta rosso. I primi risultati si avranno fra dieci o dodici giorni.
Il braccio telescopico del modulo di discesa del Viking si era bloccato per il mancato distacco di un perno dell'involucro di copertura. Gli scienziati sono riusciti a liberare il congegno ricreando il problema su un modulo identico disponibile a Pasadena provando il comando che doveva poi permettere di liberare il perno. Dopo alcune ore di comprensibile ansia, la sonda ha rinviato a terra una serie di immagini fotografiche attraverso cui si sono visti sia il braccio in posizione corretta sia il perno caduto sul suolo marziano.
" Andiamo avanti - ha detto il direttore del programma Jim Martin -, siamo stati tutti molto lieti ed entusiasti ".
Martin ha anche detto di essere molto entusiasta per la possibilità che il Viking fornisca una qualche prova di vita su Marte, possibilità che a suo dire risulta grandemente accresciuta dalla scoperta nella atmosfera marziana di tracce di azoto.
(Ansa-Ap)
Bollettino del pianeta.
Pare dunque che l'esploratore automatico Viking I, il disco volante scagliato dai terrestri fin sulle lontane spiagge di Marte, abbia ripreso a funzionare bene. Il braccio escavatore è stato riparato e si è disteso alla distanza voluta, la radiotrasmittente ha riacquistato l'originaria potenza di 30 watt, soltanto il sismografo di bordo rifiuta ancora di agire. Pazienza, tanto non sembra ci siano terremoti su Marte. Quel che ci interessa di più (gli scienziati dicono: "Questi sono giorni emozionanti" e Walter Pickering ha commentato: "Mi sento eccitato come un ragazzino che si appresti a fare l'amore la prima volta") è la possibile presenza della vita su quel pianeta. Sia pure vita microscopica, ai primi stadi dell'evoluzione, in embrione, un'ameba, una spora, una molecola, un aminoacido. Ci si accontenterebbe di poco, ci basterebbe un fratellino piccolo piccolo.
Inutile far congetture, le probabilità sono ancora cinquanta a cinquanta, fifty-fyfty. Migliorate un poco, forse, da quando è stata confermata l'esistenza di azoto nella tenue ed evanescente atmosfera dal bel colore rosa pallido. Dobbiamo ancora aspettare. I tre famosi esperimenti biologici avranno inizio domani sera, si pensa che fra dieci-dodici giorni sapremo qualcosa. Per ora dobbiamo tenerci soddisfatti delle fotografie e dei bollettini meteorologici che ci arrivano da lassù: "Pressione 7,7 millibar, temperatura meno ventotto, venti moderati da sud-est". Previsioni valevoli ventiquattr'ore non sene fanno, del resto non riescono neppure sulla Terra.
Fino a poco più di dieci anni fa non riuscivamo a distinguere sulla superficie di Marte, nemmeno con i telescopi più potenti, particolari inferiori alle dimensioni d'uno stadio olimpico. Ora possiamo descrivere l'aspetto di quel pianeta, tanto temuto dagli antichi per i suoi bagliori sanguigni visibili ad occhio nudo, come se ci trovassimo sul posto, all'interno del Lander, e guardassimo dagli oblò tutto intorno a noi. Un'immensa piana aridissima cosparsa di grossi macigni e di più piccoli ciottoli, tormentati e scheggiati dal vento; anfratti e canyons irregolari e contorti, in distanza l'orlo di un cratere che si direbbe lunare e che delimita un settore dell'orizzonte con un velo sbiadito. Su una fotografia appaiono, con straordinaria chiarezza, due grosse lettere maiuscole, B e G, come se qualcuno con pennello e vernice avesse tracciato una scritta su una roccia. E' un gioco di luci, uno scherzo della natura, lusus naturae direbbero i latini, come dissero, sbagliando, a proposito di quei fossili che hanno forma di scheletri o di conchiglie. I tecnici di Pasadena non si sono lasciati ingannare: hanno esaminato l'immagine millimetro per millimetro, hanno calcolato luci ed incidenze e incavi della roccia, hanno eseguito proiezioni. Nessun dubbio, è un gioco di luci e nulla più. Però che emozione! Si direbbe che l'uomo moderno, apparentemente rotto a tutte le sorprese e a tutte le avventure, desideri e si attenda sopra ogni altra cosa la sensazione forte. Si guarda alla scienza come ad una droga che deve esaltarci, risolvere per noi i nostri problemi, cullarci in un sogno drammatico e piacevole insieme. E c'è gia chi piange sulla fine della fantasia uccisa dalla scienza. Come se fantasia non volesse dire andare al di là.
Ma ritorniamo sulla terra, anzi su Marte. Il braccio escavatore è stato riparato. Una impresa che da sola basterebbe a scatenare un'ondata di entusiasmo, se avessimo ancora la capacità di stupirci. E' stato aggiustato alla distanza di 320 milioni di chilometri; a Pasadena hanno studiato e ristudiato un modello identico all'automa posatosi sulla pianura di Chryse, l'hanno mosso con impulsi elettronici, con cautela, nelle tre dimensioni dello spazio, finché quel minuscolo perno colpevole di tutto si è spostato e ha dato via libera agli altri meccanismi. Allora hanno rifatto la stessa manovra sul serio, con comandi-radio che impiegavano 18 minuti a raggiungere il pianeta ed altrettanto a tornare. Tutto ha funzionato bene.
di Umberto Oddone
La Stampa, 27 luglio 1976