La partita: Ratifiche entro il 2009.
Prodi: dopo la tragedia della bocciatura ritroviamo l'unità

I 27 firmano il nuovo Trattato
L'EUROPA RIPARTE DA LISBONA
Barroso: ora nuove sfide. Napolitano: testo senza ambizione

Il testo siglato ieri è più “leggero” della Costituzione respinta.
II premier britannico Brown ha firmato da solo

Corriere della Sera - 14 dicembre 2007


BRUXELLES — Nel chiostro di un monastero cinquecentesco sulle rive del fiume Tago a Lisbona, dopo anni di diatribe estenuanti, fra brindisi, fiori, e penne stilografiche argentate, è nata l'Europa del XXI secolo. O almeno, così si spera: tutti i capi dei Paesi-membri dell'Ue, di uno spazio comune che va ormai dall'Atlantico ai Balcani, hanno firmato ieri il nuovo Trattato. Anzi: hanno firmato insieme in 26, tutti meno uno, perché il premier del Paese da sempre più euroscettico, il britannico Gordon Brown, ha mantenuto la parola e alla cerimonia non si è fatto vedere, lasciandosi sostituire dal ministro degli Esteri David Miliband. Brown è arrivato più tardi, quando gli altri erano già saliti con un tram al Museo delle Carrozze, per il pranzo di rito. Si è detto “felicissimo” di essere lì, e ha firmato da solo.
La sua assenza non ha però turbato più di tanto l'atmosfera della giornata. Che è stata “storica”, secondo il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso: “Ora è tempo di andare avanti, l'Europa deve raccogliere molte sfide, i nostri cittadini chiedono risultati concreti”. D'accordo anche il premier italiano, Romano Prodi: “E' una giornata molto importante: due anni fa l'Europa viveva una tragedia completa. Si è ricostruito adagio adagio un momento di unità, ora si può ripartire” .
La “tragedia” è quella del 2005, quando francesi e olandesi bocciarono con il referendum la Costituzione appena approvata. Ora, i singoli Stati dovranno ratificare il Trattato prima del 2009 (anno delle prossime elezioni europee) ma i rischi sono ridotti: un solo Paese, l'Irlanda, ha indetto il referendum, perché obbligatovi dalle proprie norme istituzionali; e poi, il testo firmato a Lisbona è più “leggero” rispetto a quello precedente (“meno ambizioso e più complicato”, lo ha definito però il presidente Giorgio Napolitano).
Il Trattato prevede fra l'altro una presidenza rafforzata, e decisioni con il voto a doppia maggioranza (il 55% degli Stati in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione Ue). In serata, raggruppati a bordo di vari aerei per “parare” le polemiche sull'inquinamento atmosferico, i 27 leader si sono trasferiti qui a Bruxelles, dove oggi si riuniranno ancora, nel Consiglio europeo. Tema centrale, il Kosovo: un altro tavolo scottante, su cui la nuova Europa si gioca tutto, o quasi.

Luigi Offeddu



Cosa cambia
Nel nuovo Trattato non compaiono i termini (Costituzione) o simboli (bandiera, inno, motto) che rimandino a un’idea di Stato federale

Il presidente
Decade il principio della rotazione semestrale. Il presidente del Consiglio Ue sarà eletto con mandato biennale e rappresenterà l'Ue sulla scena mondiale

La Commissione
Continuerà a elaborare proposte legislative e dal 2014 conterà un numero di commissari pari ai due terzi degli Stati Ue (finora ciascun Paese aveva un proprio rappresentante)

Il Parlamento
Poteri più ampi. Dal 2009 i deputati saranno 750 (in realtà 751, uno in più per l'Italia, ma si usa la formula “750 più presidente” per non modificare la soglia decisa a giugno e contestata da Roma)

Il voto
Maggioranza qualificata in Consiglio estesa a cooperazione giudiziaria e di polizia. Dal 2014 basata sulla doppia maggioranza: 55% degli Stati e 65% della popolazione

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REFERENDUM SULL'UNIONE EUROPEA - BOCCIATO IL TRATTATO UE
Bocciato il Trattato di Lisbona.
La Lega esulta e chiede il referendum anche in Italia,
Berlusconi e Fini preoccupati

IL NO DI DUBLINO SCUOTE L'EUROPA
Barroso: "Andremo avanti lo stesso". Napolitano: fuori dall'Ue chi frena

Chi ha vinto:
1) il leader del Sinn Fein: "Non siamo contro l'Ue, ma vogliamo
più democrazia e più garanzie sociali"
2) il trionfo di Mister No, l'uomo che ha speso 1,3 milioni
di euro per la sua campagna

La Stampa 14 giugno 2008


L'Europa davanti all'incubo di una nuova crisi istituzionale, dopo che la maggioranza degli irlandesi ha bocciato il Trattato di Lisbona. Tre anni dopo i "no" di Francia e Olanda, che avevano affossato il progetto di Carta costituzionale, rischia ora di tramontare la riforma di cui l'Unione aveva bisogno. Ma Barroso non desiste: "Andremo avanti lo stesso". Napolitano: "Fuori dall'Ue chi frena". E la maggioranza si spacca: Berlusconi e Fini preoccupati mentre la Lega esulta e chiede il referendum anche in Italia.
Sono da poco passate le cinque del pomeriggio quando un tristissimo portavoce del comitato per il referendum sul Trattato di Lisbona annuncia ufficialmente quello che già tutti sanno: 862.415 cittadini dell'Irlanda, votando No, hanno deciso il destino di 450 milioni di cittadini europei, respingendo il compromesso faticosamente trovato dai 27 stati dell'Unione dopo il fallimento nel 2005 della nuova Costituzione. Nella sala dalle colonne dorate del castello di Dublino, le grida di giubilo di Jerry Adams, leader del Sinn Fein, e di altre centinaia di sostenitori del No interrompono l'annuncio. "Posso continuare per favore?", chiede dopo un poco lo speaker che più nessuno ascolta. E aggiunge: il 53,4 per cento ha votato no, il 46,6 sì. Dei 43 collegi, solo 10, quelli della borghesia, hanno votato a favore.
E' noto che gli irlandesi sono abituati a fare sempre di testa loro, ma nessuno davvero immaginava che il nuovo trattato europeo sarebbe stato respinto proprio dal paese che più ha ricevuto dall'Europa negli ultimi decenni. Nelle autostrade intorno a Dublino ci sono cartelli che ringraziano l'Europa per averne reso possibile la costruzione, e al di là della Manica tanta ingratitudine sembra davvero difficile da comprendere: la "tigre celtica" ha affilato i suoi artigli con gli aiuti dei governi europei, che ora ha graffiato senza pietà.
Secondo Jerry Adams, che si concede allegro ai microfoni con una impeccabile camicia bianca, il punto non è questo: "Il trattato di Lisbona è finito -dice- ma è sbagliato pensare che gli irlandesi siano contrari all'Europa. Quello che hanno detto di volere è un'Europa sociale della quale vogliono fare parte, ma con garanzie di un più elevato tasso di democrazia". Forse, la banale ragione per la quale ha vinto il no è che i sostenitori del sì erano così sicuri di farcela da avere sottovalutato il pericolo. Eppure, basta passeggiare per pochi minuti nelle strade di Dublino per capire la differenza di impatto degli slogan elettorali nei manifesti appesi ai lampioni: i politici del sì hanno trovato un'altra occasione per mettere la loro immagine in un poster, con banali slogan tipo: "Vota sì per restare in Europa", solo un piccolo sforzo oltre un "vota sì perché te lo dico io". Quelli del no avevano invece un campionario di incertezze e di paure sulle quali sbizzarrirsi: la perdita di sovranità, l'aborto che potrebbe diventare legale, la neutralità del paese minacciata dall'esercito europeo, il regime fiscale favorevole da abbandonare per omologarsi al resto d'Europa, la liberalizzazione dei commerci di carne e latte. Alla vigilia del voto, l'85 per cento dei cittadini aveva dichiarato di ritenere di non essere stato abbastanza informato sui contenuti del trattato e non c'è da stupirsi che, in mancanza di rassicurazioni, abbia ceduto alla paura.
Una spinta importante l'hanno data i giornali di Ruperth Murdoch , contrari al testo di Lisbona anche nelle edizioni irlandesi, e il misterioso "Mr. No", quel Declan Gauley che ha speso 1,3 milioni di euro per la sua campagna (l'equivalente dei soldi a disposizione di tutti gli altri partiti) e che ha molti amici negli Stati Uniti tra gli ex presidenti, i militari e forse la Cia.
Alla conferenza stampa, il primo ministro Brian Cowen è arrivato con l'aria di un cocker bastonato: "Rispettiamo il voto dei cittadini - ha detto - e parlerò con i leader europei per trovare una soluzione". A Londra, il leader dell'opposizione, David Cameron, ha chiesto che anche ai cittadini britannici sia concesso di votare su Lisbona, interrompendo la procedura di approvazione parlamentare in corso. Cosa che Gordon Brown, soprattutto dopo il voto irlandese, si guarderà bene dal fare.

Vittorio Sabadin
Inviato A Dublino




I PRECEDENTI:
Il gran rifiuto di Parigi e L'Aja

29/05/2005 - Il no della République
Nel corso del referendum consultivo popolare sulla Costituzione europea il 54,87 per cento dei francesi votò a favore della bocciatura. Sull'onda di quel risultato, un'iniziativa franco-tedesca diede il via all'attuale Trattato.

1/06/2005 - Olanda a ruota
Con il 61,5 per cento dei no, anche l'Olanda si tirò fuori dal progetto costituzionale europeo. Gran Bretagna, Polonia e Repubblica ceca rinunciarono ai rispettivi referendum di ratifica.

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BARROSO INCASSA
"LA RATIFICA VA AVANTI"

La Stampa - 14 giugno 2008


Alle 17.22 José Manuel Barroso appare davanti alle telecamere con la faccia scura di uno cui hanno appena rubato la macchina nuova. L'abito è più grigio del solito, come l'umore. Sentite le capitali, si presenta per rispondere a tutte le domande, con una variazione della stessa risposta offerta in due parti. Uno: il processo di ratifica del Trattato di Lisbona deve continuare perché "è necessario completare il quadro". Due: giovedì al Consiglio europeo, dopo aver sentito gli irlandesi, i leader daranno "una risposta collettiva perché la responsabilità è collettiva". Angela Merkel e Nicolas Sarkozy diffondono subito dopo un messaggio gli altri vanno a ruota dell'asse franco-tedesco, salvo il presidente ceco Vaclav Klaus, che decreta la morte del testo di riforma istituzionale. A pochi metri da Palazzo Berlaymont, nei pub irlandesi c'è chi festeggia. Cosa esattamente, è presto per dirlo.
E' un colpo duro in un momento difficile. L'Europa si conferma una squadra che non sa convincere anche quando gioca bene. E' appesantita dal gravame delle accuse di dirigismo e centralismo. "Non dobbiamo dimenticare che ci sono parecchie cose da fare, c'è l'ambiente, l'energia, le materie prime che aumentano, l'immigrazione; non si può restare fermi", avverte Barroso, candidato naturale al ruolo di capro espiatorio. Nega che si sia comunicato male, tenta di convincere che non è un voto contro l'Europa. Poi si arrampica sugli specchi e sbotta: "Abbiamo dei problemi che questo voto non risolve".
I politici vogliono andare avanti, da noi si incontrano i pensieri del ministro degli Esteri Frattini e del presidente della Repubblica Napolitano. Europeisti convinti con storie diverse. Si aspettano, come i loro colleghi, risposte dai giuristi, gli stessi che nei giorni scorsi hanno negato - senza essere creduti - l'esistenza di un "piano B". Che il venerdì 13 fosse il giorno delle streghe lo sapevano tutti da tempo. Così la strategia per "il caso peggiore" c'è, eccome. Anzi, ne esiste più di una.
Tutte le opzioni si basano sul proseguimento delle ratifiche. Lo faranno anche gli scettici britannici, così che a un certo punto si potrà dire che i parlamenti di venticinque o più Paesi (ora siamo a 18) avranno recepito il nuovo assetto dell'Ue. A quel punto, l'idea è caricare sull'Irlanda l'intero peso dell'altolà per farla tornare sulla propria decisione. Questo richiederebbe un secondo referendum, da tenersi una volta sgombrato il campo dai falsi problemi - come il mito dell'aborto facile o della maggiore tassazione sulla comunità finanziaria - e sottolineato le possibilità di non partecipare (i famigerati optout) ad alcune politiche comuni, a partire da quella sociale. Un anno almeno di lavoro. "Comunque sia, d'intesa con Dublino", sottolinea il presidente del Parlamento Ue, Hans-Gert Poettering.
La seconda possibilità è un salto mortale. Si tratterebbe di aggrapparsi all'approvazione avvenuta da quattro quinti degli Stati e modificare il Trattato attuale, che prevede la ratifica all' unanimità, in modo da consentire il passaggio con una differente di maggioranza. Una tale decisione dovrebbe essere presa a Ventisette. Bisognerebbe dunque che l'Irlanda votasse per escludersi. Non facile.
L'ipotesi che Dublino esca dall'Unione non è però immaginabile. Così la terza opzione è una revisione mascherata. Come? Al momento del prossimo allargamento, cioè all'ingresso della Croazia fra un paio d'anni, serviranno nuove regole non contemplate dal Trattato di Nizza in vigore. Potrebbe essere l'occasione per rivedere tutto. Poi, ancora, ripartire da zero con il processo di ratifica, consultazione popolare irlandese compresa. Magari senza i risultati di venerdì 13. Adesso siamo certi che porta male.

Marco Zatterin
Corrispondente Da Bruxelles



Gli scenari dopo la batosta irlandese:

L'OPINIONE DOMINANTE
Gli Stati membri seguono l'appello franco-tedesco "Completare il percorso"

IL PROSSIMO PASSO
Ascoltare le esigenze degli irlandesi e chiedere di indire un secondo voto

LA MOSSA ARRISCHIATA
Scavalcare il risultato di ieri e approvare il trattato con una maggioranza di 4/5

IL CAPRO ESPIATORIO
Escluso che l'Irlanda esca dall'Ue, ma il ruolo del presidente è a rischio

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Intervista a Marcello Pera
"VISTO? NON STA IN PIEDI
UN'UNIONE SENZA DIO"

Il testo siglato ieri è più “leggero” della Costituzione respinta.
II premier britannico Brown ha firmato da solo

La Stampa - 14 gugno 2008


Marcello Pera, ex presidente del Senato, nato a Lucca sessantacinque anni filosofo della scienza, e' il capofila dei "teocon" italiani:

"E' la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all'Europa senza Dio". Il no irlandese al trattato di Lisbona è "l'inevitabile reazione alla cancellazione delle radici cristiane dalla Costituzione e alle eurodirettive, prive di legittimazione democratica, che stravolgono le legislazioni nazionali sui temi bioetici", attacca il senatore "teocon" del Pdl, Marcello Pera. "Questa Ue è morta perché stata abbandonata dai popoli e ora solo Benedetto XVI può dare un'identità al vecchio continente - sostiene l'ex presidente del Senato e coautore del libro papale "Senza radici: Europa, relativismo, cristianesimo, islam" - Il cattolicissimo popolo d'Irlanda ha avvertito l'estraneità di un'Europa burocratica e astratta che nega duemila anni di cristianesimo"

Perché la cattolica Irlanda affossa l'Ue?
"Siamo di fronte al suicidio di una Costituzione troppo lontana dai popoli e dalle società europee. Sta crollando un'architettura barocca con espressioni bizantine indecifrabili per gli stessi parlamentari e ignote ai cittadini. E' l'ineluttabile implosione di un mostro gigantesco e privo di significato che impone restrizioni, rispetto di patti, vincoli, parametri astrusi ma poi lascia soli i governi sulla sicurezza e l'integrazione. I cattolici irlandesi si sono ribellati ad un'Europa che nella Costituzione mette al bando Dio per orientare verso l'anarchia del relativismo le legislazione nazionali sui temi eticamente sensibili (adozioni ai gay, eutanasia, aborto, "provetta selvaggia")".

Una rivolta cristiana ai "senza Dio" di Bruxelles e Strasburgo?
"La legislazione bioetica in paesi cattolici come l'Irlanda e l'Italia viene importata dall'Europa e sfugge al controllo democratico. Delle corti europee che decidono della nostra vita nessuno sa nulla, non hanno rapporto con la popolazione. Sono organismi di giustizia che legiferano in modo troppo autonomo sulla base di testi ignoti e le loro decisioni piombano sulle nostre teste. Ormai sono il cavallo di Troia per introdurre all'interno degli Stati la gran parte della legislazione bioetica. Dell'Europarlamento nessuno conosce la funzione. E' eletto ma non è terreno di scontro politico, non è niente. L'intera Ue è una costruzione complicata, remota, ostile che incombe sulla gente scegliendo tutto sulla vita umana dal concepimento alla fine naturale. E poi non riesce a proteggermi dal vicino di casa".

E' colpa della "cacciata" di Dio dalla Costituzione?
"Si. Il giorno infausto in cui ha deciso programmaticamente di eliminare Dio, l'Europa si è condannata all'inesistenza, cioè ad essere priva di un popolo, di una storia, di un'identità europei. Senza Dio l'Europa non si unifica. Lo hanno ben capito gli irlandesi, tradizionalmente attenti alle leggi e gelosi della loro insularità. Oggi sprofonda un'Europa atea, nemica che esibisce il volto minaccioso di veti inconcepibili, impone medicine amare, pretende di azzerare i valori non negoziabili. Adesso l'ipocrisia è finita: l'Ue ha fallito. Anche in Italia serve il coraggio di dire "no, basta" e ricominciare da un'altra parte".

Da dove?
"Dai temi etici posti da Benedetto XVI, l'unico grande leader di statura e livello europei. Solo Papa Ratzinger può unificare l'Europa. In assenza di un'adeguata classe politica, Benedetto XVI è diventato il vero punto di riferimento dei popoli e l'autentico artefice dell'identità europea. in Irlanda e altrove la gente segue lui. Da Benedetto XVI i cittadini europei traggono identità, dai politici il nulla. Per questo seguono il Papa e affossano l'Ue. L'Unione ce l'ha con la Chiesa (e con coloro che su questioni come l'omofobia e il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto ne condividono la posizione) perché è la punta avanzata del laicismo europeo. E' sull'odio contro la Chiesa e l'apostasia del cristianesimo che oggi si basa l'Europa".

Giacomo Galeazzi
Roma

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