LE DIRETTIVE U.E.

> L'Europa vuole rubarci anche la Domenica

> Bruxelles detta legge anche nel letto degli europei

> Dopo il cioccolato, a rischio i formaggi
















Il governo rettificherà il provvedimento
per evitare una multa di 239mila euro al giorno.

L'EUROPA VUOLE RUBARCI ANCHE LA DOMENICA

Una direttiva impone che il giorno festivo non sia lo stesso per tutti.
Tra i motivi, quello religioso

(LIBERO, 19 Dicembre 2002)

ROMA - Per l'Unione europea la domenica è un giorno qualunque. Come il lunedì, il martedì e il più classico mercoledì in mezzo alla settimana. Dunque, si può anche lavorare. A meno che le parti sociali, sindacati e imprenditori, che finora hanno menato il can per l'aia, non si mettano d'accordo adottando un altro tipo di soluzione confermando, in pratica, la nostra tradizione domenicale. L'Europa, infatti, pur considerando la domenica un giorno come un altro ai fini lavorativi, non impedisce che "l'Italia sia libera di definire la domenica un giorno festivo". Ma c'è poco tempo per trovare un'intesa. Da gennaio la normativa sull'orario di lavoro potrebbe essere recepita nell'ordinamento italiano.
Il sottosegretario al ministero del Lavoro, Maurizio Sacconi, partecipando ieri ad un convegno al Cnel ha spiegato il rischio a cui è esposta l'Italia. Un rischio che ha un consistente risvolto pecuniario. "L'Italia potrebbe essere obbligata a pagare una multa di 238.950 euro al giorno", conferma la Commissione europea, "se non si adeguerà in tempi rapidi alla direttiva europea del 1993 in materia di orario di lavoro". E proprio ieri pomeriggio il ministero del Lavoro ha riconvocato imprese e sindacati , ma c'è stata un'altra fumata nera. Se le cose dovessero restare così il governo recepirà autonomamente la normativa europea, perché l'Italia è già a rischio di procedimento di infrazione da parte della Commissione europea, ma come ha detto lo stesso Sacconi, non ci sarà alcun "effetto pratico" perché a decidere sul giorno di riposo settimanale è il contratto di lavoro. La Cgil alza la voce: "Non siamo disposti ad accettare le minacce del governo sull'orario di lavoro e sull'opportunità che la domenica non sia più un giorno festivo" dice Walter Cerfeda. Il sindacato sarebbe pronto a recepire l'accordo raggiunto nel '97 con Confindustria. In quell'accordo la domenica è considerato un giorno festivo. Al momento, però, non c'è ancora intesa tra Cgil e Confcommercio. Se lo stato delle cose dovesse restare questo allora, scatterebbe la soluzione del governo. Alla Cgil non sta bene. Se il governo dovesse decidere autonomamente Cerfeda non esclude che i sindacati possano ricorrere alla corte di giustizia europea qualora la normativa del governo fosse giudicata anomala. "Mi auguro che il governo non lo faccia" dice il sindacalista. Eppure è proprio la Ue che chiede una risposta dall'Italia. Altrimenti ci sono multe.
La proposta di comminare multe è già stata presentata dall'esecutivo Ue alla Corte di giustizia di Lussemburgo:"La direttiva doveva essere recepita nell'ordinamento nazionale al più tardi il 23 novembre 1996", spiega la Commissione Ue, "ma l'Italia non lo ha fatto, ed è l'unico Stato membro a non avere indicato nessuna misura per la trasposizione della normativa". Le multe per l'Italia "scatterebbero solo dopo un'eventuale sentenza della Corte, che potrebbe arrivare approssimativamente non prima di un anno. L'Italia ha dunque tutto il tempo di evitare le sanzioni pecuniarie se agisce in fretta e presenta le necessarie misure nell'arco di qualche settimana". Dunque, tutto sarà risolto in poco tempo? "Mi pare sia molto difficile", ha spiegato Sacconi, "che le parti trovino un accordo. A gennaio interverremo, ma non si può dire che non abbiamo avuto pazienza". Il sottosegretario Sacconi ha ricordato come la festività domenicale non sia prevista nella direttiva europea: "La direttiva europea non indica la domenica come giorno festivo per varie ragioni tra cui il pluralismo religioso. Noi comunque abbiamo un testo, tra l'altro a cui aveva lavorato Marco Biagi, ma non l'abbiamo ancora prodotto per rispetto dell'autonomia tra le parti. Se l'accordo non ci sarà, allora deciderà il governo". Quest'ultima soluzione è la più probabile. "La domenica non si tocca" ha lanciato un grido battaglia Bonanni della Cisl. E Sacconi ha ancora una volta precisato: il giorno festivo dipende dai contratti di lavoro.

di Giancristiano Desiderio


LE DIRETTIVE UE
La 104 del '93 e la 34 del 2000

1- Lavoro notturno
Chi lavora almeno 3 ore nel periodo notturno, tra le 24 e le 5 non dovrebbe lavorare più di 8 ore nell'arco delle 24 ore.

2 - Riposo giornaliero
Ogni lavoratore dovrebbe beneficiare nel corso di ogni periodo di 24 ore di un periodo minimo di riposo di 2 ore.

3 - Riposo settimanale
Ogni 7 giorni il lavoratore dovrebbe beneficiare di un periodo minimo di riposo ininterrotto di 24 ore.


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Sempre più abbondanti e invadenti le norme varate dall'esecutivo UE

BRUXELLES ORA DETTA LEGGE ANCHE NEL LETTO DEGLI EUROPEI

Le regole comunitarie pretendono di disciplinare perfino tipo, quantità e misure della biancheria intima da indossare.

(LIBERO - 5 gennaio 2003)

ROMA - Grandi discorsi. La Convenzione europea, l'allargamento ad Est, la Turchia (entra o non entra?), le riforme istituzionali. E poi: Prodi, lo statista atteso in Italia come il messia che finalmente libererà la sinistra da se stessa, oltre che da Berlusconi. A leggere i giornali sembra un'Europa cresciuta, perfino matura, sicuramente cambiata rispetto a quando faceva notizia solo per l'accozzaglia di norme che rendevano soffocante la sua burocrazia. Ebbene. Quelle norme non solo sono tutte lì, ma continuano allegramente a prosperare, a moltiplicarsi come per incanto nel tentativo certamente riuscito di complicare la vita a pescatori di qualunque latitudine, importatori di aglio, commercianti di piante ornamentali, venditori di cialde e cialdine, di garofani "a fiore singolo" e "a fiore multiplo". Attenzione a comprare mutandine made in Cambogia, pasta "non farcita" proveniente dalla Turchia o tubi di ferro indiani il cui diametro superi un millimetro: la multa è sempre dietro l'angolo. Regole e codicilli intervengono implacabili su tutto. Ma se c'è una categoria che merita il titolo di "euro-tartassati d'oro" è quella dei pescatori.
La notizia fa capolino dall'ultimo numero della gazzetta ufficiale delle Comunità europee. Protagonista quasi assoluto di un malloppo lungo 38 pagine è il "tonno obeso" Alzi la mano chi, digiuno di cose di pesca, immaginava che Bruxelles avrebbe speso il suo tempo appresso ad un pesce con un nome da fumetto. Verrebbe da sorridere, se non fosse per le pagine di formulario che i pescatori di casa nostra devono compilare in inglese e consegnare alle "autorità competenti" come previsto dal dettagliatissimo "programma di rilevazioni statistiche delle quantità pescate ed esportate". Pazienza per la relazione semestrale che gli Stati membri devono a loro volta consegnare alla Commissione Ue sempre in tema di tonno obeso, perché se da lì passiamo allo "gamberello boreale" i dolori diventano ancora più forti. Questa volta la comunicazione delle quantità pescate deve avvenire addirittura "giornalmente". Ogni 24 ore (Natale e Pasqua compresi?) ogni Stato membro deve avvisare la Commissione di ogni gamberello boreale catturato "nella zona di regolamentazione della NAFO", un'area dell'Atlantico nord-occidentale sottoposta a particolari vincoli. Ancora niente per un paese come la Danimarca, costretto, a partire da questo mese di gennaio, a contare uno ad uno tutti i "cicerelli" e tutte le "passere" pescate dalle sue imbarcazioni: se il 31 dicembre prossimo avranno superato, rispettivamente, il numero di 799.388 e 6.578, le multe saranno salatissime. Tanto per fare qualche altro esempio, l'Irlanda non potrà andare oltre le 9.506 aringhe e quanto all'Italia, il problema si pone soprattutto per il tonno rosso: oltre quota 6.105 chiunque se ne ritrovi uno preso all'amo è costretto a ributtarlo in mare. Il problema è: come fare a sapere a che numero siamo arrivati?
Tralasciamo le dettagliatissime prescrizioni che riguardano le reti da pesca (tutte a base di millimetri di spessore consentiti in più o in meno a seconda delle specie da pescare: un vero ginepraio). Passando al tema delle importazioni, argomento caldissimo per chiunque abiti i piani alti della Commissione, un capitolo a parte lo merita sicuramente il recente protocollo Unione europea-Regno di Cambogia. Cercare di orientarsi nel fittissimo elenco di prodotti importabili a determinate condizioni (dalle vele per imbarcazioni ai copertoni, fino alle giarrettiere e ai reggicalze per uomo) è un'impresa quasi sovrumana, ma qualcosa salta agli occhi. Che dire, ad esempio del paragrafo in cui è scritto che "mutandine e slip da bagno, di lana, di cotone o di fibre sintetiche o artificiali", possono entrare in Ue ma solo fino ad un massimo di 9,7 paia per chilo? In pratica se pesano più di 103 grammi scatta la multa. Idem per il Napal, che per far entrare in Europa un paio di "guanti a maglia" deve stare attento a che non persino più di 58. L'aglio che viene dalla Malesia o dal Vietnam può arrivare sulle nostre tavole, certo, ma solo a condizione che il viaggio sia stato compiuto senza scali intermediari tra la città di partenza e quella di destinazione finale. Un signore indiano aveva provato a protestare per le restrizioni previste all'importazione di "tubi di acciaio di diametro pari o superiore ad un millimetro, contenente 2,5% o più di nichel, diverso da quello contenente dal 28 al 31% di nichel e dal 20 al 22% di cromo, di cui al codice NC ex 72230019". Aveva provato a protestare ma ci ha rinunciato quasi subito e Bruxelles ha potuto approvare una decisione ad hoc per annunciare trionfante: "Il riesame del regolamento è chiuso". Nessuno ha avuto da ridire, invece, sulle piante ornamentali, comprese quelle che di sicuro fanno bella mostra di sè negli uffici più altolocati della Commissione. Possono essere messe in commercio solo se "ciascuna varietà ha la stessa denominazione in tutti gli Stati membri". I relativi "materiali di moltiplicazione", come vengono definiti concimi e fertilizzanti, "non possono essere importati da paesi terzi, a meno che il fornitore assicuri che i materiali da importare siano equivalenti sotto ogni aspetto a quelli prodotti nella Comunità".Complimenti a chi ci riesce.
La chicca finale (ma l'elenco potrebbe essere ancora lungo) viene dal regolamento per le statistiche sui rifiuti. Quando si tratta di buttare qualcosa facciamo bene attenzione a distinguere tra "apparecchi domestici di grandi dimensioni" e "apparecchiature domestiche ingombranti". E non dite che sono la stessa cosa: qualcuno a Bruxelles potrebbe prendersela a male.

di Mario Prignano


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DOPO IL CIOCCOLATO, A RISCHIO I FORMAGGI

Alcune direttive della Ue potrebbero aprire la strada alle imitazioni

(LIBERO - 19 gennaio 2003)

MILANO - Dopo il cioccolato potrebbe toccare al miele. Poi a formaggi e salumi tipici. Molti prodotti italiani di alta qualità rischiano di scomparire del tutto dalle tavole. A lanciare l'Sos è la Confederazione italiana agricoltori (Cia).
Il business del "tipico" rappresenta circa il 10 per cento della produzione agricola made in Italy, con un fatturato che supera i 9 miliardi di euro e dà lavoro, tra attività dirette e indotto a 300mila persone.
Quella del cioccolato - denuncia la Cia - è solo l'ennesima vicenda che apre un nuovo pericoloso fronte nell'agroalimentare italiano. Molte direttive comunitarie pendenti, oltre a quella che consente di utilizzare grassi vegetali diversi dal burro di cacao, rischiano di mettere fuori mercato moltissimi prodotti tipici e di qualità della nostra agricoltura. Si tratta, spiegano gli esperti della Cia, di produzioni che rischiano di scomparire dalle tavole, non solo italiane, ma di tutto il mondo, e con esse anche una cultura che si fonda su tradizioni millenarie. Così - rileva la Confederazione - prodotti apprezzati in tutto il mondo, come il lardo di Colonnata e il formaggio di Fossa, nel giro di poco tempo corrono il pericolo di essere cancellati. Stesso discorso vale per quei prodotti tipici italiani che all'estero vengono imitati o contraffatti: Il caso più eclatante è quello del Parmesan, una imitazione di bassa qualità del parmigiano reggiano. Ma non si tratta di un caso isolato: a rischio sono anche il grana padano, il gorgonzola, i pecorini sardo e romano, il prosciutto di Parma e San Daniele, il culatello di Zibello, le coppe, la soppressata di Calabria. Fino all'olio, di Brisighella, di Canino, del Cilento, della Riviera ligure, dell'Umbria.
Un danno gravissimo per il nostro sistema agroalimentare che, oltre agli aspetti economici, rischia di colpire l'immagine stessa del nostro Paese. Da qui, per la Confederazione italiana agricoltori, la necessità di intervenire a livello internazionale in difesa delle produzioni tipiche italiane che, tra l'altro, rappresentano un patrimonio importantissimo per quelle economie locali delle zone marginali di montagna e collina alle quali non resterebbero molte altre possibilità di sviluppo.


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