INFLAZIONE DA EURO: UNA RICETTA DISASTROSA

(CRONACA NUMISMATICA - febbraio 2002)

Nei primi giorni del 2002, malgrado le affermazioni contrarie del governo, le spinte inflazionistiche sono aumentate. In gran parte esse non sono da porre in relazione con l'introduzione dell'euro, ma molti organi di stampa, radio e TV, hanno preferito confermare l'idea, diffusa nell'opinione pubblica, che si sia trattato in ogni caso degli effetti, preannunciati e temuti da tempo, della nuova moneta. Hanno subito aumenti significativi il lotto e altri giochi, e le tariffe dei trasporti pubblici di alcuni comuni, come Milano, quelle telefoniche e autostradali. Queste ultime, come pure l'abbonamento alla Rai-Tv, da tempo ormai si ripresentano puntuali all'inizio di ogni anno. Si tratta di prezzi soggetti a controllo pubblico dato che si riferiscono a servizi gestiti in regime di sostanziale monopolio, o, come nel caso della Rai, che assumono addirittura natura paratributaria. In definitiva su queste tariffe incide l'andamento dei costi aziendali dell'anno trascorso che, tuttavia, dovrebbero essere attenuati dai guadagni in termini di produttività conseguiti dalle aziende.
Ciò non toglie che i prezzi siano saliti per l'introduzione dell'euro, anche se per ora mediamente in misura attenuata, e ci sarebbe stato di che stupirsi del contrario. Nel caso, di riforme monetarie, infatti, gli arrotondamenti per eccesso sono sempre avvenuti. Ad esempio, furono dati per scontati dalla commissione che nel 1946 elaborò il progetto di cambio della moneta che poi non venne attuato; lo stesso avvenne negli anni Sessanta in relazione all'ipotizzata introduzione della "lira pesante". E' noto poi il precedente francese del 1960, quando fu introdotto il "nuovo franco".
Più che questi ultimi tipi di aumenti dovrebbe preoccupare il fatto che si sta diffondendo l'orientamento di rispondere contraendo i consumi: se la tazzina di caffè aumenta, si dice, invece di due al giorno ne prenderò una sola. Pur facendo tara di questi propositi, che spesso restano a livello di intenzioni o hanno una durata effimera, c'è da dire che la risposta razionale ai focolai di inflazione non dovrebbe essere la contrazione della domanda, che è l'ultima cosa di cui l'Italia in questo momento ha bisogno.
Non sono pochi quelli che, come qualche associazione dei consumatori, hanno invocato a gran voce interventi delle autorità per bloccare i prezzi. Questo atteggiamento non è solo frutto di un'ideologia interventista in campo economico ma si rifà ad esperienze di un passato neppure troppo lontano. Qualcuno ricorderà che qualche decennio fa, in tempi di elevata inflazione, comparvero dappertutto manifesti che raffiguravano un telefono con l'invito - Difendi la tua spesa, chiama il governo -. Questi appelli furono allora del tutto inefficaci; oggi poi, che la maggior parte dei partiti politici della maggioranza e dell'opposizione sostengono di richiamarsi ai principi del liberalismo, sarebbero impensabili. Per un'efficace difesa contro l'inflazione occorrerebbe invece far agire fino in fondo quella che gli economisti chiamano "la sovranità del consumatore", che in sostanza consiste nell'indirizzare la scelta, consentita proprio dalla concorrenza verso gli operatori che offrono lo stesso bene o servizio a prezzo inferiore. In definitiva, più che telefonare alle prefetture o al sindaco, sarebbe più ultile camminare un pò di più e confrontare i cartellini dei prezzi.
L'idea contraria, quella che auspica controlli e divieti, è ben testimoniata dalla lettera invita dal lettore Pietro Ponte di Milano che lamenta il progressivo deterioramento del potere d'acquisto della sua pensione. Sottolinea che l'aumento che riceve ogni anno è molto inferiore a quello dei prezzi, compresi quelli dei beni di prima necessità. - Un governo serio, scrive, dovrebbe intervenire sui prezzi tenendoli bassi. Se poi invece che aumentare diminuissero, si starebbe tutti meglio -.
L'idea non è nuova: già l'imperatore Diocleziano nel 301 d.C., con il suo famoso "editto dei prezzi", tentò di congelarli e di controllare i salari (le pensioni allora non esistevano). In epoche a noi più vicine perseguivano lo stesso fine i prezzi politici, quelli che nei secoli passati si chiamavano "mete", o, nel caso della rivoluzione francese "maximum". Ne sono esempi tuttora in uso, fra le altre, le tariffe dei trasporti pubblici e quelle relative ai consumi elettrici delle "fasce protette".
La proposta avanzata dal lettore non solo non porterebbe il bengodi generalizzato, ma potrebbe avere addirittura effetti economico-sociali sconvolgenti. Infatti un livello generale di prezzi in diminuizione induce i consumatori a rimandare gli acquisti, nell'attesa di acquistare gli stessi beni a prezzi inferiori. La stessa prespettiva porta imprenditori, commercianti e famiglie a ridurre le scorte e a rallentare investimenti e costruzioni immobiliari. Questi effetti depressivi incrementano la disoccupazione e, in relazione alla forza delle rappresentanze degli occupati, possono provocare la diminuizione dei livelli salariali. I percettori di redditi fissi, come i pensionati e coloro che vivono o arrotondano i propri redditi tagliando cedole o riscuotendo affitti, non possono certamente illudersi di rimanere immuni da congiunture di questo tipo.
Il mondo ha già conosciuto un'esperienza simile, la grande crisi degli anni Trenta, che fece seguito al crollo della borsa di New York del 1929. Per cercare di alleviare le tragiche conseguenze della deflazione, ogni paese cercò di adossare le sue difficoltà ai vicini tramite il nazionalismo doganale e monetario. Dato che questa politica fu seguita da tutti gli stati, sia per ritorsione, sia perchè i governi non vedevano altra via d'uscita, la comune depressione si aggravò progressivamente. Ci volle la seconda guerra mondiale per uscirne. Meglio quindi una moneta stabile e, se non è possibile, una lieve inflazione.

Giulio Gianelli

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In Europa recuperano solo Londra e Zurigo. A maggio
inflazione italiana al 2,3%

CONTINUA IL VOLO DELL'EURO
Sfiorata quota 0,94 sul dollaro. Borse in ribasso

(LA REPUBBLICA - 30 maggio 2002)

MILANO - Non si ferma la corsa dell'euro, che pure ieri si è rafforzato sul dollaro, yen e tutte le principali valute spuntando valori mai più visti dal marzo 2001. La prosecuzione del recupero, in corso da settimane, è ancora un riflesso secondario della debolezza del mercato delle azioni americane, che deprezza il biglietto verde. Gli analisti di tutto il mondo lo sostengono da tempo: la ripresa sarà più vigorosa negli Stati Uniti, ma la vedremo non prima della seconda metà del 2002. Fino ad allora, non si giustifica la debolezza della valuta unica, ancora così lontana dalla parità. Se da una parte i segnali indicatori del nuovo corso a stelle e strisce latitano, ieri l'Europa macroeconomica tirava il fiato: la fiducia delle imprese francesi è salita in maggio a quota 101 (da 98 di aprile e delle attese) ai livelli massimi da 11 mesi, e l'inflazione italiana è sotto controllo, poiché nello stesso mese s'è attestata al 2,3%, in calo rispetto al 2,4% di aprile. Secondo le stime dell'Istat l'aumento mensile dei prezzi al consumo è dello 0,2%. Dati considerati "positivi" dal ministro per le attività produttive, Antonio Marzano.
Lo spunto decisivo per l'euro è stato tuttavia il dato sulla bilancia dei pagamenti di Eurolandia, in avanzo di 3,7 miliardi di euro in marzo rispetto al deficit di 0,6 miliardi dodici mesi prima. Nel primo trimestre 2001 il deficit scende a 4,3 miliardi, rispetto ai 10,5 di un anno prima. Migliorie comunicate dalla Bce, e dovute soprattutto alla riduzione delle spese di approvvigionamento petrolifero. In questo panorama gli investitori continuano a snobbare i mercati Usa e puntano sulle potenzialità di recupero di Eurolandia. A Wall Street gli indici Dow Jones e Nasdaq hanno chiuso in ribasso rispettivamente dello 0,59% e dell'1,68, dopo un avvio negativo che ha trascinato in lettera anche i mercati europei in chiusura. E' soprattutto il comparto tecnologico a portare la croce, con l'indice Eurostoxx di settore in calo di oltre il 2% sulla scia di Nokia, penalizzata dalle voci di un collocamento sul mercato da parte di Ubs Warburg. Questi movimenti hanno mandato in rosso Parigi e Amsterdam (entrambe -0,11%), oltre a Milano (-0,18%) e Francoforte (-0,75%), schiacciata da Deutsche Telekom; lievi eccezioni a Londra, Madrid e Zurigo. Pesanti in tutta Europa i valori assicurativi, dopo il ribasso di Munich Re colpita da una revisione di stime di Goldman Sachs.
Gli esperti sottolineano come il considerevole calo di flussi di capitali verso il mercato Nordamericano, anche delle obbligazioni, stia erodendo la domanda di valuta Usa. Il dollaro ha perso dall'inizio di maggio, il 3,4% nei confronti dell'euro e il 3,2 nei confronti dello yen. La moneta unica ha toccato ieri quota 0,9372 dollari, rafforzandosi sullo yen (115,8 per euro), sul franco svizzero scambiato a 1,4665, e sulla sterlina, ai minimi da 14 mesi a 63,78 pence per euro.

di Andrea Greco

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Proposte in Germania. Prime vittime i ristoranti, che restano deserti

IN EUROLANDIA 2 CITTADINI SU 3
NON AMANO LA NUOVA MONETA

(LA STAMPA - lunedì 3 giugno 2002)

I ristoranti del centro, dove fino a qualche tempo fa bisognava prenotare con due giorni di anticipo per avere un tavolo, oggi sono semideserti, con i camerieri - sempre in soprannumero rispetto ai clienti da servire - che guardano fuori a braccia conserte chiedendosi che cosa sia successo.
E' cominciato il boicottaggio, a Berlino e nelle altre grandi città della Germania, per difendersi da quello che è ritenuto un ingiusto e inspiegabile aumento dei prezzi. "L'euro ci ha rovinati" pensa la stragrande maggioranza dei tedeschi, e la convinzione si è radicata a tal punto da dar vita a un nuovo nome: "teuro", gioco di patole con "teuer", che significa "caro, costoso".
Poco importa che le stime pubblicate a Bruxelles da Eurostat confermino un freno dell'inflazione e indichino la soglia dell'aumento dei prezzi al 2%, in accordo con la politica dei tassi della Bce. Lo stesso Otmar Issing, capo economico della Bce, ha dovuto confessare che sua moglie, malgrado tutte le spiegazioni che le sono state date "non ci crede".
Wim Duisenberg ha parlato di "un problema di percezione", anche se ha ammesso che il percorso di integrazione della nuova moneta deve essere ancora completato in alcuni settori. Osserva però Udo Fischer, mentre ritira del contante a uno sportello automatico della Berliner Sparkasse: "Guardi qui. Prima sullo schermo compariva: 50 marchi, 100 marchi... fino a un massimo di 500. Oggi compare 50 euro, 100 euro... fino a 400 euro. Gli schermi sono rimasti identici, sembra che abbiano cambiato solo la parola "marco tedesco" in "euro", ma il valore è cambiato (50 euro sono 100 marchi). Prima se prendevo 50 marchi spesso il giorno dopo li avevo finiti, e adesso con 50 euro succede lo stesso. Come lo chiama lei, un problema di percezione?".
Visto che le rassicurazioni degli economisti e le stime di Bundesbank non sono riuscite a fare cambiare opinione a chi tutti i giorni fa la spesa, va al cinema, al teatro o al ristorante, la stampa tedesca ha cominciato ad indagare per conto proprio. La Zeit del 23 maggio scorso, sotto il titolo "La verità sull'euro", ha pubblicato integralmente uno studio dell'Università di Norimberga in cui si prendono in considerazione i prezzi di 1213 prodotti, dall'aprile del 2001 all'aprile del 2002. E' risultato - solo per citare qualche esempio - che i pomodori sono aumentati del 64%, le patate del 53, i cavoli del 51 e il tabacco del 15. Come mai, però, le statistiche degli uffici federali hanno tutti altri numeri? "Le statistiche bisogna saperle capire - spiega il settimanale - talvolta la valutazione sugli aumenti complessivi viene fatta secondo una media ponderata (il paniere) in cui i pesi sono distribuiti in modo sbilanciato rispetto all'incidenza effettiva nella spesa - tipo del consumatore medio". All'interno del paniere, ad esempio, l'incidenza dei capi di vestiario è superiore a quella dei pomodori, Di conseguenza, un aumento alle stelle dei pomodori può venire assorbito dalla stabilità dei prezzi sul settore dell'abbigliamento e non risultare visibile. "Il problema - dice il direttore della sezione prezzi dell'ufficio federale di statistica Jürgen Chlumski - è che il paniere è stato aggiornato nel 1995, e la prossima sarà nel 2003".
Il quotidiano popolare Bild ha istituito una rubrica quotidiana intitolata "Lo sceriffo del teuro", in cui vengono interrogati clienti e proprietari degli stessi negozi, per capire se gli aumenti sono dovuti a falsi arrotondamenti o a un tasso di inflazione fisiologico. Secondo i dati più recenti, si registra un aumento del 14% sulle verdure, del 7% su latte, formaggio e birra, del 4,1% su pane e carne. In soccorso delle statistiche fai-da-te, sono arrivati anche gli economisti dell'istitut der deutsche Wirtschaft di Colonia: "Il teuro non è una fantasia, l'incidenza degli aumenti sulla spesa quotidiana nell'ultimo trimestre dell'anno è stata calcolata intorno al 4,8%". "Panieri e schema dei pesi sono troppo vecchi, il consumatore non è protetto", afferma Sibille Kujath, del Centro consumatori europei di Kiel.
A forza di lamentarsi, e nonostante i diversi avvisi di Bundesbank, Eurostat e Banca Centrale, i cittadini tedeschi sono riusciti a fare arrivare la questione sul tavolo del ministro delle Finanze Hans Eichel che, dopo aver fatto irritare i francesi con un'infelice paragone tra i due paesi - "Il problema è che in Germania, a differenza della Francia, non c'è un sistema di controllo pubblico dei prezzi", disse - ha proposto la soluzione del boicottaggio : "Per contrastare gli aumenti bisogna smettere di frequentare quei negozi in cui ci sembra che i rincari siano ingiustificati". In soccorso di quella che il Financial Times ha definito "L'ipocondria tedesca" è arrivato anche il cancelliere Gerhard Schroeder, che ha delegato alla ministro dell'Agricoltura e della tutela del consumatore Renate Kuenast la convocazione del vertice "Anti Teuro". La soluzione è stata minimale: dopo un pomeriggio di discussione tra esponenti del governo, rappresentanti dei consumatori e associazioni di commercianti, la ministro Kuenast ha annunciato che sarà istituito un forum su Internet dove ognuno potrà esprimere liberamente proteste, lamentele, consigli.
Se il premio Nobel per l'Economia del 1994 Reinhard Selten sostiene che "nella vita reale le cose non vanno come le teorie economiche vorrebbero", un sondaggio condotto dall'Istituto di ricerca Polis ha detto ieri che l'84% dei tedeschi è deciso per il boicottaggio. Il fenomeno si è così diffuso che molti commercianti hanno ripristinato il doppio prezzo (in marchi e in euro): "Lo so che non serve - spiega Ahmed Madidi, venditore di frutta di Kreuzberg - ma ho l'impressione che il prezzo in marchi rassicuri il consumatore".
I quotidiani inglesi hanno riportato con grande rilevo la notizia di un'inchiesta Eurostat secondo cui il 68% degli europei è scontento della nuova moneta: "Ci pensi bene Tony Blair - avverte The Independt - prima di farsi prendere dall'euroentusiasmo". Se Gran Bretagna, Svizzera e Danimarca - ancora fuori dall'euro - stanno a guardare, nel resto d'Europa la situazione sembra più sotto controllo: a Parigi le proteste riguardano quasi solo il prezzo dei conti al ristorante, in Italia il dibattito si è assopito da febbraio, in Spagna il cambio con la peseta è talmente complicato da assorbire tutte le preoccupazioni, e in Austria e Finlandia, sempre stando alle statistiche, l'inflazione è diminuita. Sarà davvero così? "Io non so se sarà possibile fare qualcosa - dice sconsolato Horst Wirbel, operaio edile di Berlino -. So solo che prima il Kebab all'angolo costava 5 marchi e adesso costa 3 euro, l'autolavaggio costava 10 marchi e adesso 7 euro e una bottiglia di birra costava un marco, oggi un euro. E' solo il mio stipendio che non raddoppia".

Francesca Sforza

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VA MALE SE L'EURO RIALZA LA TESTA

(LA REPUBBLICA - 24 giugno 2002)


MILANO - Grande soddisfazione, per alcuni, perché finalmente l'euro è in ripresa. Quanti fino a ieri si lamentavano perché la moneta europea era una specie di valuta di serie B rispetto al dollaro, adesso possono gonfiare il petto e andare in giro orgogliosi. Finalmente, insomma, questo euro rialza la testa e tiene fronte al dollaro.
Quelli un po' più ragionevoli sono, invece, molto, ma molto, preoccupati. E per diverse ragioni. La prima è questa: l'euro sta correndo veramente troppo. Se fino a qualche settimana fa gli analisti prevedevano una parità dollaro/euro per fine anno, adesso alcuni cominciano a dire che alla parità potremmo arrivarci anche prima delle vacanze estive.
Potremmo trovarci, cioè, e quasi di colpo, con un euro che vale esattamente come il dollaro (1 a 1) proprio mentre stiamo facendo le valigie per andare in vacanza.
Ma questo è male. E non è difficile spiegare perché. Con il dollaro alto diventerà più difficile esportare. Le aziende incasseranno meno oppure dovranno rassegnarsi a abbassare i loro già scarsi (quest'anno) profitti, con serie conseguenze sul loro sviluppo futuro, sul loro apprezzamento di Borsa, e quindi sulla loro capacità di trovare nuovi capitali in vista di nuove iniziative e/o espansioni di quelle vecchie. L'unico vantaggio è che importeremo meno inflazione dall'estero. Ma, sull'altro fronte, esporteremo di meno e quindi avremo una riduzione dell'attività economica. Attività che non sarà facile compensare con una crescita della domanda interna , cioè con i maggiori acquisti dei residenti europei.
E questo non perché gli europei siano avari. Sul Vecchio Continente c'è una bassa domanda interna perché c'è una tassazione molto alta, a sua volta dovuta al fatto che gli Stati sono (per mille ragioni, fra cui alcune anche ottime) molto cari. In sostanza, di fronte a un rafforzamento dell'euro, e quindi a minori esportazioni , l'Europa non ha possibilità di rilanciare la domanda interna perché non ci sono i soldi da mettere nelle mani dei cittadini affinché vadano per negozi a fare un po' di shopping. Il risultato netto di tutto ciò è che, in queste condizioni, l'euro forte significa certamente meno inflazione (e questo va benissimo), ma significa anche meno crescita economica. Se si tiene conto che questa era stimata già prima del decollo dell'euro a poco più dell'1%, si capirà perché c'è poco da stare allegri per il volo della moneta europea. D'altra parte, probabilmente, questo della parità euro-dollaro era un traguardo inevitabile. Adesso, è l'Europa che dovrà cambiare un po'.

Giuseppe Turani

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La moneta unica oltrepassa la parità con il biglietto verde e sale fino a 1,0087. Potranno costare meno benzina, luce e gas.

L'EURO VOLA E SORPASSA IL DOLLARO

Non accadeva dal 2000. Prodi: niente gare, non mi esalto.

(LA REPUBBLICA - 16 luglio 2002)


Roma - L'euro vola, raggiunge e supera la parità con il dollaro: non accadeva dal febbraio del 2000. Ma allora la moneta unica non era ancora nelle tasche degli italiani e di 300 milioni di utenti europei. Era, per così dire, virtuale.
Non sfugge il valore anche simbolico dell'evento. Non a caso il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, tra i padri dell'unificazione monetaria, parla dell'euro come "uno dei protagonisti della vita mondiale". Ma Prodi, che quel primo maggio di quattro anni fa era a Bruxelles come capo del governo italiano a negoziare insieme all'allora ministro dell'economia Carlo Azeglio Ciampi le poltrone al vertice della Banca centrale europea, nota anche che non siamo di fronte "a una gara", a una "sfida" euro-dollaro. Dice: "Non mi ero stracciato le vesti quando scendeva. Non mi esalto adesso che sale". Certo, la parità gli ha fatto "molto piacere". Ma "non dobbiamo gloriarci di cambi troppo alti che hanno vantaggi e svantaggi". Piuttosto: "Sarà nostro dovere rafforzare l'economia e aumentare la competitività".
Euro-dollaro alla pari. L'aggancio matura alle 13,10 ora italiana, quando sui monitor delle sale cambi compare il valore di 1,0020. Si tratta di un evento atteso e tecnicamente spiegato anche con la crisi di fiducia innescata dagli scandali finanziari Usa. Ma col passare delle ore si capisce che è l'inizio di un rally: 1,0087 è il massimo, 1,003 in chiusura; gli analisti già scommettono su quota 1,04-05. "E' un giorno da segnare sul calendario", commenta il vicepremier Gianfranco Fini.
L'euro ritrova la parità dopo due anni di rincorsa affannosa: esordio a 1,16, nel 1999, minimo di 0,82 nell'ottobre del 2000. Tace la Bce. Tace pure il Tesoro Usa. Commenta il commissario Ue, Solbes: "Una moneta forte è interesse dell'Europa". Se dura, costeranno meno luce, gas e benzina ma sarà più difficile esportare negli States.

di Elena Polidori

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Dopo un anno di euro, l'antica divisa diventa un'operazione di marketing.

TORNA LO SHOPPING CON LE LIRE

Una catena di negozi di abbigliamento della Lombardia torna ad accettare la vecchia moneta. E i clienti fanno la fila.

(LIBERO - 15 Dicembre 2002)


MILANO - Dedicato a tutti i nostalgici, a quelli che la lira la rimpiangono come una cara amica scomparsa, a quelli che si aggirano ancora tra listini e scontrini armati di euroconvertitore, a quelli che l'euroconvertitore non l'hanno mai ricevuto (ma che problema c'è, basta raddoppiare, no? O, forse era dividere per due?), a quelli che vedendo un maglione di cachemire a 200 dicono "caspita che affare", ma poi una volta usciti dal negozio, si fanno due conti e scoprono che proprio affare non era.
Ammettiamolo, tirando le somme di questo primo anno all'insegna dell'Euro non c'è da stare allegri. Saranno le infinite polemiche tra consumatori e commercianti, sarà per il continuo arrovellarsi attorno a quel benedetto fattore di conversione, sarà per tutti quei malefici centesimi che ci ballano in tasca, fatto sta che questa moneta unica non l'abbiamo ancora digerita. E allora, cosa potrebbe esserci di meglio di un piccolo "revival monetario", tornando, perché no, alle vecchie lire? Impossibile, direte voi. Possibilissimo, diciamo noi, basta cercare nel posto giusto. E il posto giusto si trova non molto distante da Milano (traffico natalizio permettendo), poco dopo Abbiategrasso. Per la precisione in quel di Ozzero, dove, all'interno dei Magazzini Top (Gruppo Pizzi), la nostra antica moneta è ancora bene accetta.
"Tutto è iniziato in sordina sabato scorso" racconta divertito Dario Dorini, responsabile vendite. "Abbiamo messo qualche adesivo sulle vetrine, altri alla cassa e già domenica si era sparsa la voce. I primi clienti non hanno speso un granché, magari utilizzando soldi trovati nel portafoglio o in un cassetto. Dovessi fare un resoconto delle prime vendite direi che siamo attorno ai due milioni e mezzo, di lire, ovviamente. Comunque, un buon riscontro". Un'idea fuori dal comune ma decisamente brillante. "A dir la verità l'idea l'abbiamo ripresa da un gruppo tedesco" continua Dorini. "Abbiamo visto la notizia su un quotidiano locale e abbiamo pensato di seguire l'esempio. Loro parlavano addirittura di un aumento delle vendite del 45 per cento. Io credo sia un dato un po' gonfiato, starei più su un 25-30 per cento. In ogni caso non male davvero".
"Il primo a comprare in lire è stato un ragazzino di 14 anni - gli fa eco Enrico Confalonieri, direttore dello store - che ha speso circa 25.000 lire. Certo, in quel momento mai mi sarei immaginato tanto clamore anche se, pensandoci bene, potevamo aspettarcelo. Venerdì sera i telefoni della Camera di Commercio di Abbiategrasso e Vigevano sono stati letteralmente presi d'assalto da centinaia di negozianti che chiedevano se la nostra iniziativa fosse legale. Ovviamente prima di buttarci in questa avventura noi ci siamo informati. E ci è stato detto che la cosa si poteva fare tranquillamente. Ci sono ancora miliardi e miliardi di lire che devono ancora rientrare, se vogliamo stiamo facendo un piccolo favore alla Banca d'Italia".
Soddisfatti i clienti, che se ne sono andati tutti orgogliosi con i loro ultimi acquisti in lire. "Mi erano rimaste 85mila lire - svela Alessia - e mi ci sono comprata un bel paio di scarpe. A dire la verità avanza ancora qualcosina, magari faccio ancora un salto". "Io ho trovato una busta con 100mila lire nascosta in un cassetto - spiega Mariagrazia - era indirizzata a una delle mie figlie, forse un regalo di battesimo. Pensavo di portarli in banca, invece mi ritrovo qui a fare compere!".
Dietro di lei la fila aumenta, qualcuno ha solo pochi spiccioli, un ragazzo superorganizzato si avvicina con un sacchetto di monete, totale 44.000 lire, altri, magari in preda alla classica febbre da shopping, esagerano un po' dovendo ricorrere a qualche euro per tappare una piccola voragine. Qualcuno infine ammette candido "lire o euro, io uso sempre la carta di credito". Della serie noblesse oblige...
Un'iniziativa comunque azzeccata, che - come spiega lo stesso Confalonieri - si protrarrà ben oltre Natale, anche se un termine ancora non è stato stabilito. "Credo che oggi il commercio si giochi più che mai sul cliente - conclude l'indaffarato direttore - il cliente bisogna conquistarlo giorno dopo giorno. Io spero con questa piccola scommessa, di riuscire nell'impresa".

di Nausica Guanetti

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LA CORSA AL RIALZO DELL'EURO

2002
1 febb
2002
15 luglio
2002
agosto
2002
settembre
2002
ottobre
2002
novembre
2002
31 dic
2003
24 genn
0.856
1.000
0.965
0.998
0.970
1.013
1.0503
1.0843

La Repubblica del 25 gennaio 2003
Panorama n. 4, 2003
          



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