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LA MORTE E IL RUOLO DELL'ATTIVITA' CEREBRALE.Il cervello è il supporto percettivo dell'esistenza vissuta dall'individuo. La sua attività biochimica si relaziona con l'universo che abbiamo intorno e consente di relazionarci con i suoi fenomeni e con tutti gli esseri viventi. Senza il cervello non esisterebbe il concetto di "universo primario", ovvero della cosidetta "materia" su cui basiamo il nostro senso di esistenza.
Senza la produzione delle attività cerebrali non esisterebbe neppure la percezione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e quindi della nostra personalità psichica.
Hieronymus Bosch - "Ascesi all'Empireo" - Venezia, 1500
Il cervello ci consente di ottenere la percezione ordinaria dell'esistenza che viviamo. Tuttavia in certe particolari occasioni identificabili al limite della sopravvivenza, prodotte da situazioni poste ai confini della cessazione delle attività cerebrali, si producono fenomeni inusuali e percezioni che vengono rilevate direttamente dai soggetti interessati.
I fenomeni riguardano una casistica ben precisa e ricorrente: percezione alterata della realtà ordinaria che lascia il posto ad una qualità esotica e sconosciuta dell'ambiente, esperienze apparentemente vissute fuori dal corpo, rilevazione della presenza di persone defunte.
La natura di questi fenomeni non è chiara e i ricercatori si interrogano se essi siano alterazioni prodotte dal cervello in una fase del suo malfunzionamento fisiologico, oppure se rappresentino percezioni non più vincolate dai codici di interpretazione della realtà ordinaria del cervello, consentendo l'accesso ad una qualità di esistenza effettiva, ignorata sino a quel momento.
Se questi dati si rivelassero come il risultato di una effettiva percezione di un altro piano di realtà collegato a quello del quotidiano a cui si accede normalmente attraverso la morte, questo implicherebbe l'esistenza di un Aldilà. Una dimensione che darebbe l'idea della possibilità di una continuità dell'esistenza umana anche dopo la morte. Una continuità prevista dalla natura attraverso un processo evolutivo che implica la spoliazione della sensorialità individuale che ha luogo nell'atto della morte per consentire di accedere ad una qualità dell'esistenza altrimenti nascosta dalla "barriera sensoriale".
Un evento che si può riportare alla metafora della crisalide che si trasforma in una farfalla. Due stati di esistenza completamente diversi ma integrati tra di loro. Oppure richiama alla qualità simbiotica del ventre materno alla luce del mondo esterno che accoglie gli individui alla loro nascita.
Si potrebbe azzardare l'ipotesi che la natura operari secondo specifici archetipi funzionali ricorrenti.L'OSSERVAZIONE SCIENTIFICA DELL'ESPERIENZA DEL TRAPASSO.Nel 1965, negli USA, il cardiochirurgo Raymond A. Moody jr., incuriosito dal racconto di uno psichiatra che aveva vissuto un'esperienza di post mortem, prese a rivalutare le narrazioni che i suoi pazienti gli avevano confidato, dopo le operazioni, di percezioni inusuali e di incontri con figure luminose.
La curiosità di comprendere il fenomeno da un punto di vista clinico lo portò quindi nel 1974 a prendere in esame 150 casi di "dopo-morte" o "pre-morte" e a intraprendere una ricerca sistematica sulla validità e sulla possibile spiegazione dei casi.
A seguito di questa sua ricerca pochi anni dopo si unì a lui un altro medico, Michaele B. Sabom, specializzato in medicina interna e cardiologia presso l'Atlanta VA Medical Center negli USA.
Si aprirono le prospettive di un nuovo, seppur limitato, campo della ricerca medica, ovvero il campo delle "esperienze del trapasso", la N.D.E. (Near Death Experiences).
I casi presi in esame riguardavano persone guarite da ferite gravi arrivate ad un passo dalla morte, pazienti di ospedali usciti dal coma e racconti diretti di morenti.
I "resuscitati" raccontavano tutti storie più o meno identiche: La spiegazione che poteva essere data ai fenomeni NDE riguardava:I FENOMENI DELLA DIMENSIONE N.D.E. .Esistono molte testimonianze relative alla situazione del trapasso. L'attendibilità delle testimonianze è supportata dalle coicidenze delle narrazioni al di là della diversa estrazione sociale dei testimoni, dalla non conoscenza reciproca degli stessi e infine per la diversa credenza religiosa o agnostica delle fonti. Esistono tre tipologie di testimonianze:
LA RIPRODUZIONE IN LABORATORIO DEI FENOMENI DEL LIMITE SENSORIALE.La constatazione che il cervello, in prossimità di esperienze al limite dalla sua funzionalità, potesse manifestare fenomeni di percezione NDE portò i ricercatori a tentare di riprodurre la stessa condizione in laboratorio. Una necessità operativa utile per poter studiare il caso con maggiori possibilità di indagine e con l'aiuto di sperimentatori in buona salute e preparati a gestire il fenomeno.
Negli USA, negli anni '80 e '90, vennero condotti esperimenti detti di "deprivazione sensoriale" per poter osservare l'attività cerebrale quando si ottiene l'esclusione del cervello dalla sua interazione con il mondo della materia sensibile.
Per lo scopo vennero usate speciali vasche colme di acqua dove i soggetti volontari si sottoponevano agli esperimenti. Questi si immergevano avvolti in particolari tute che prendevano la loro stessa temperatura corporea e li isolavano dai rumori e dal contatto con l'ambiente esterno.
Nell'acqua, a dose salinica preparata allo scopo, perdevano quindi la sensazione fisica del peso del proprio corpo e del contatto con la materia.
Gli esperimenti portarono agli stessi effetti riscontrati nei pazienti esaminati da Moody e da Sabom. Durante le sedute nelle vasche di deprivazione sensoriale i ricercatori fecero le loro stesse esperienze: esseri luminosi, tunnel oscuri e alterazioni della percezione dello spazio-tempo.LE TECNICHE ESPLORATIVE DELLA MEDITAZIONE.Tuttavia, per la riproduzione delle esperienze NDE non è necessario l'utilizzo delle vasche di deprivazione sensoriale. Queste stesse esperienze sono infatti ottenibili anche attraverso l'esperienza della meditazione e sono ben note agli esploratori dell'anima che da millenni praticano le tecniche di questa disciplina interiore.
L'obiettivo della meditazione è il raggiungimento di una esperienza spirituale, tuttavia spesso i principianti incorrono spesso, per i loro errori di applicazione metodologica, nelle esperienze descritte dalla ricerca in campo NDE. La pratica iniziale della meditazione comporta la tacitazione della percezione esterna e del proprio corpo seguita quindi dalla tacitazione dell'attività della mente. L'obiettivo è quello di liberare la dimensione più intima, solitamente coinvolta nella sensorialità, per consentirle di perdere contatto con la dimensione materiale ordinaria al fine di accedere all'esplorazione di dimensioni che non hanno piu relazione con l'ordinario quotidiano.
Accade in ogni caso che i principianti che si soffermano in maniera maldestra sulle prime fasi ottengono gli stessi risultati che si hanno nelle vasche di deprivazione sensoriale quali la perdita della consueta sensibilità corporea nella libera fluttuazione, la percezione di un'altra dimensione spazio-temporale su cui si trovano ad essere affacciati, e la visione di visi e di persone che si avvicinano al meditante in postura, alle volte chinandosi per vedere che cosa egli stia facendo.
Una modalità che può essere usata per esplorare la dimensione del trapasso anche per coloro che non hanno interesse ad una ricerca spirituale.Dal libro di Giancarlo Barbadoro "Antropologia dello spiritismo", Edizioni Triskel, Torino 2005