LA COSCIENZA E LA MEDITAZIONE

Secondo i Popoli naturali la nostra coscienza è ordinariamente coinvolta da valori soggettivi proposti dai sensi corporei e dalle emozioni della mente. Questi valori effimeri producono un disagio esperienziale impedendo di vivere in armonia nella conoscenza del Mistero che anima l'esistenza.
Solitamente l'individuo non vive la lucidità del proprio stato percettivo di coscienza, ma confonde quest'ultimo nella sovrapposizione delle attività della mente. Se è facile riconoscere un dolore fisico come parte del proprio corpo, avulso dalla propria identità interiore, non avviene solitamente la stessa cosa per le emozioni e i pensieri: questi sono interpretati come parte di se stessi, permettendo che funzioni che nulla hanno a che fare con la natura e le proprietà della coscienza ci coinvolgano.
Solo quando la coscienza si sottrae dalle pulsioni del corpo e della mente si può realizzare una piena esperienza di sé.
Per poterlo fare, la meditazione propone il postulato di tacitare le pulsioni della mente e del corpo per lasciare che la coscienza trovi la sua reale dimensione percettiva.

Il metodo più semplice per ottenere la tacitazione del corpo e della mente consiste nel mantenere il proprio stato di consapevolezza senza farsi distrarre dalle pulsioni fisiche e mentali per prendere atto della propria reale natura cosciente e mantenerla come tale.
E' l'esercizio che i Popoli naturali definiscono il "rifiuto dei pensieri". Per realizzare questa esperienza occorre predisporsi a non ascoltare le pulsioni che giungono dal corpo (stanchezza, fame, ecc.) e quelle della mente.
In questo ultimo caso l'esercizio può rivelare qualche difficoltà poichè, se è abbastanza facile sottrarsi al richiamo delle sensazioni del corpo, è molto più difficile "separarsi" dalle pulsioni mentali considerate parte del nostro stato d'essere.
Ad esempio, se ci pervade un senso di tristezza, anche se immotivata, consideriamo questo stato d'animo come nostro stato d'essere reale. Allo stesso modo, se ci capita di "pensare" di compiere una qualsiasi azione, identifichiamo questo pensiero come il riflesso del nostro stato percettivo di coscienza.
Purtroppo, così come accade per il corpo, anche la mente fa emergere dal profondo centinaia di occasioni in cui coinvolgerci nostro malgrado, limitando così l'esercizio della vera natura della nostra coscienza.
Quello che dobbiamo fare in questo esercizio è rifiutare tutta la produzione della mente come se non ci riguardasse e non ci appartenesse sul piano della coscienza.
E non si tratta di una "rimozione" psicologica di sensazioni, emozioni e pensieri, ma semplicemente si tratta di lasciare che questi si producano senza ascoltarli. Non dobbiamo inibire la loro manifestazione, cosa che altrimenti andrebbe a complicare la meccanica del profondo, ma rifiutare di ascoltarla.
E' come se ci trovassimo seduti su una spiaggia in riva ad un mare agitato. Le onde possono anche raggiungerci, qualcuna sarà tanto grande da sommergerci per pochi istanti. Ma noi siamo sempre lì. Non rinneghiamo il grande mare e la sua forza immensa contro cui possiamo fare ben poco, ma lasciamo che le onde ci superino, illuminati e asciugati dallo splendente sole che dall'alto ci illumina e ci ricorda, anche a fronte dell'impetuoso mare, che la realtà è l'intero pianeta e che noi siamo la vita che l'abita.

Quante volte ci siamo trovati a mediare la nostra vita quotidiana con una soffocante "verbalizzazione" interiore che preannunciava interiormente quanto stavamo per dire o per fare? Quante volte abbiamo vissuto la nostra esistenza in "differita" nei confronti degli altri, non riuscendo a prevenire a tempo le loro azioni o senza permetterci di capirle in tempo utile?
Quante volte abbiamo provato disagio in una situazione poco gratificante, o in preda alle nostre possibili fobìe?
L'esercizio del "rifiuto dei pensieri", pur nella sua apparente semplicità, può portarci a evolvere il nostro stato percettivo di coscienza, a migliorare concretamente la nostra vita e a renderci effettivamente liberi dalle patologie del nostro profondo.

Se vogliamo sviluppare meglio le potenzialità di questo esercizio possiamo eseguirlo seguendo la prassi tradizionale della meditazione.
Sciegliamo innanzitutto un qualsiasi posto che ci possa piacere, dove ci sentiamo a nostro agio e ci sia quiete, senza essere esposti a disturbi determinati da altre persone o da agenti atmosferici indesiderati. Quindi ci sediamo in terra, incrociando le gambe davanti a noi e ponendo i palmi delle mani sulle ginocchia.
Eseguiamo quella che viene definita come la "postura" della meditazione, come da milioni di anni hanno fatto e fanno gli uomini che cercano di entrare in contatto con la natura segreta del Mistero che anima e dà significato alla nostra esistenza e a quella dell'intero universo, e che ha lo scopo di darci stabilità nel corso dell'esercizio e di fungere da riferimento esperienziale sottraendoci alla consuetudine del vissuto quotidiano.
Lasciamo che la colonna vertebrale stia diritta senza dover fare alcun sorzo e chiudiamo gli occhi prendendo a respirare quietamente, in maniera profonda e regolare. Iniziamo l'esercizio del "rifiuto dei pensieri".
A seguito di più tentativi ci si accorgerà che il nostro stato di coscienza diventa sempre più lucido e riusciamo a sviluppare una forte identità, uno stato di essere e di potere.
A questo punto ci affacceremo ad una ulteriore esperienza costituita da un profondo silenzio interiore dove possiamo scorgere e vivere la conoscenza di quanto può dare la risposta ai bisogni di ciascuno di noi.
L'esercizio della meditazione è tuttavia appena all'inizio. Adesso il meditante può sciogliersi dalla sua postura e alzarsi per tornare nel suo quotidiano e portarlo, con la sua esperienza, alla realtà dell'Invisibile, saldando l'apparenza sensoriale della materia alla realtà e vivere in tutta la sua completezza esperienziale l'immanenza del Mistero.

I Popoli naturali, per poter realizzare senza difficoltà la meditazione, propongono l'applicazione della prassi esperienziale detta delle "Tre Esortazioni" che possono prevenire gli ostacoli che ostacolano la sua attuazione: Asseconda le giuste esigenze del corpo, Asseconda le giuste esigenze della mente e Asseconda la vera natura dello spirito.
Inutile dire, per fare un esempio che riguarda la prima Esortazione, che se si asseconda il corpo nei suoi bisogni, quali il corretto riposo, la corretta alimentazione, il giusto esercizio fisico, la giusta terapeutica dei problemi funzionali del proprio corpo, ecc. ci si può predisporre a fare meditazione senza essere disturbati dalle disfunzioni corporee e realizzare una completa e disimpegnata esperienza di conoscenza.






Dal libro di Giancarlo Barbadoro "ARMONIA E CREATIVITA' DELLA MEDITAZIONE",
Edizioni Triskel, Torino 2005