L'INCANTATORE

di Mariangela Cerrino


Annottava. L'aria era umida e tesa per il vento che si infiltrava dalla Baia di Alistel, e che arrivava fin lì, ai margini della Città Murata, senza tuttavia potervi entrare.

Persino l'aria, nella Città Murata, infittiva ripiegandosi su sé stessa, respinta. Di rimando, dalla Città non sfuggiva alcun suono, e nemmeno la luce fluiva dalle volte basse dei suoi passaggi, e dagli innumerevoli pozzi dei suoi vicoli.

La vita, lì, era rarefatta, come se nemmeno le ombre avessero più il coraggio di staccarsi dalle antiche pietre fredde, e dalla disordinata crescita delle protuberanze affastellate.

Xaidi era affascinato dalla Città Murata. Al pari e forse più di quanto potevano esserlo i suoi amici, per i quali una sortita alla Città era una avventura. Una vera avventura: quindi un evento che poteva forse scaldare veramente, portando paura, dolore, rabbia... desiderio.

Della stessa autrice

UNA STORIA DELL'ANNO MILLE

Mariangela Cerrino, affermata autrice torinese recentemente tradotta in Germania e in Spagna con la sua trilogia dedicata agli Etruschi, è in libreria con il suo nuovo romanzo IL SEGRETO DELL'ALCHIMISTA, edito da Longanesi.
L'autrice, studiosa di storia medioevale, segue il filone aperto con il precedente IL SEGNO DEL DRAGO (Longanesi).

IN TUTTE LE LIBRERIE

Ecke si fermò, proprio al limitare della Porta. Era il primo del piccolo gruppo, e così gli altri si fermarono a loro volta, sia pure per imitazione.

" Che ti prende, Ecke? " esclamò Naixi, provocatore. " Non ci starai ripensando?"

Naixi era il trascinatore del gruppo. La sua insaziabile curiosità li avrebbe prima o poi messi nei guai, e tuttavia questa volta l'idea non era stata sua, ma di Xaidi. Era sempre di Xaidi la proposta di una sortita alla Città Murata.

Ecke scosse il capo, lasciando che la punta delle sue dita traesse dalle pietre tutte le sensazioni che poteva percepire.

" Non dovremmo andarci. Sapete quello che si dice ." ribatté.

" Hai paura? " lo incalzò Naixi, e dal tono trasparì la sorpresa, e una punta di gioia non dissimulata per quella emozione conseguita così facilmente.

" La Città Murata non è posto per noi. Che bisogno abbiamo di venire a curiosare in questo putridume?"

" Curiosare non è il termine esatto. " intervenne Xaidi. " Perché non lo definiamo osservare?

" Curiosare è esattissimo, e lo sai quanto me!"

" Il vero punto ", si fece avanti Fraise " E’ se non abbiamo niente di meglio da fare che stare a parlarne proprio qui, dove gli odori sono così cattivi."

Xaidi abbozzò un sorriso. Fraise sapeva come dire le cose, e quando dirle. Ecke si risentì un poco, ma si mosse a passare la Porta.

" Sapete bene quello che troveremo: rifiuti! Tutti quelli che hanno preferito rintanarsi anziché lasciarsi modificare. E poi ci sono gli Incantatori."

I grandi occhi di Fraise brillarono, nella penombra minacciosa, a quelle parole. Xaide le prese la mano, non visto dagli altri, mentre le camminava accanto. Era fredda, liscia, e ogni volta Xaide spiava a quel contatto la nascita in lui di qualcosa di più di quella impressione remota, poteva chiamarla desiderio? che gli scorreva dentro, così tiepida che non poteva scaldarlo, ma così dolce che gli faceva immaginare un intero universo di fuoco, se soltanto avesse potuto raggiungerlo.

" Gli Incantatori! Vorrei tanto vederne uno! Esisteranno davvero? " esclamò Fraise lasciandogli la mano, distratta, anche lei troppo lontana dal fuoco per potersi scaldare.

" Se dicono che ci sono, ci saranno certamente. " brontolò Naixi, facendosi strada nel Vicolo Grande seguendo il sentiero ben tracciato nella memoria dalle precedenti escursioni. Li avrebbe portati alla Piazza. Non erano mai andati oltre, e sapevano bene che il Vicolo Grande e la Piazza erano ben lontani dal vero cuore della Città Murata. Fino alla Piazza si poteva ancora incontrare gente di fuori, venuta con lo stesso intento di curiosare. Era fiocamente illuminata ai suoi quattro angoli, e ingobbita dal peso degli archi e delle costruzioni che vi erano ammassate sopra. Da quel punto si dipanavano innumerevoli vicoli, tutti bui e, all'apparenza, tutti uguali.

La gente della Città Murata si lasciava vedere di rado, e malvolentieri, ma nella piazza c'erano quattro o cinque venuti da fuori che li osservarono con aria di rimprovero.

" Stanno certamente pensando che siamo troppo giovani per essere qui. " brontolò Naixi.

" Non smetteremo mai di essere troppo giovani. E poi che importanza ha? " ribatté Fraise. " Andiamo per di là!"

Il vicolo che aveva indicato era debolmente illuminato da una vaga luce bluastra. Naixi andò per primo. Non gli importava il perché di quella direzione anziché di un'altra, né perché fosse stata Fraise a scegliere e in base a quale calcolo lo avesse fatto. Non erano mai stati oltre la piazza, e questo solo era importante.

Il vicolo si snodava tra le pareti come l'intaglio vivo di un burrone in un altopiano roccioso. Xaidi raccoglieva vaghi segni di vita, ma sentiva con altrettanta precisione come l'altopiano si stava decomponendo. Gli odori acuti e strani, taluni assolutamente e sorprendentemente nuovi, aggredivano all'improvviso, dilagando da una apertura, da un passaggio laterale, o da misteriose presenze.

" Non si fanno vedere! " brontolò Naixi.

" Che ti aspettavi? " lo rimbeccò Fraise.

"Dicono che catturano quelli di fuori. " intervenne Ecke. "Per vendicarsi. Gli Incantatori sono crudeli. Non hanno portato altro che morte e distruzione per tutto il loro tempo."

" Ti sei iscritto alla sessione di Storia? " esclamò Naixe. " Ecco perché sei diventato tanto imbecille!"

" Zitti! " ordinò Xaidi. " Ascoltate!"

C'era un suono, nell'aria: una armonia tenue, appena accennata, e tuttavia così intensa che per un momento Xaidi la sentì come una coperta calda che rischiava di soffocarlo. Provò panico, e subito dopo paura, e si affrettò nel passaggio che si apriva su una imprevedibile piazzetta.

Anche i suoi amici avevano provato le stesse sensazioni: panico e paura, e così facilmente!

Il suono era cessato, e nella piazzetta la gente della Città Murata, due o tre individui in mantelli stracciati, sollevarono gli occhi incavati a spiarli diffidenti. Tutti, tranne quello sulla soglia della bottega. Sedeva sui gradini che portavano all'uscio in ombra, e traeva suoni dall'attrezzo che stringeva tra le mani. Un mantello scuro lo copriva per intero, ma le mani erano libere, pallide, e con lunghe dita.

" E' un Incantatore! " mormorò Fraise.

" Andiamo via. " ordinò Ecke . "Subito!"

" No. " intervenne Xaidi. "Che cosa ci può fare?"

Avanzò deciso, senza più curarsi degli amici, e piegò un ginocchio per guardarlo meglio. L'individuo sollevò il volto, lasciando che il cappuccio scivolasse all'indietro e rivelare uno strano viso, dove la pelle non era liscia e perfetta. Anche il naso era troppo grande e le labbra erano troppo strette. Gli occhi poi non erano azzurri, ma bui. Xaidi non aveva mai visto occhi come quelli, e si trovò impreparato.

" Che cos'è? " chiese quindi, ripiegando sull'oggetto per nascondere l’imbarazzo.

" E' uno strumento. Il suo nome esatto è flauto."

La voce era dolce, inaspettatamente calda, e perfettamente modulata.

" E' con questo che hai emesso quei suoni?"

" Certo, ma non sono soltanto suoni. E' musica."

" Che cos'è la musica?"

" Una sequenza di suoni che rispettano una prestabilita armonia."

" E' bella."

" I tuoi amici non lo pensano: se ne stanno andando."

Xaidi si voltò, in tempo per vedere Ecke, Fraise e Naixi tuffarsi nel passaggio che li aveva portati fin lì.

" Tu non vai con loro? " la domanda era imperiosa, e anche il tono. Xaidi si sollevò.

" No. " rispose seccamente. "Non ancora."

" Capisco. Allora c'è qualcosa che vuoi sapere?"

" Sei un Incantatore?"

Gli occhi dell'individuo si illuminarono. L’ombra di un sorriso li attraversò.

" Così ci chiamano, si. Siamo rimasti in pochi."

" E vivete tutti qui?"

" Non c'è altro posto dove potremmo vivere, e anche qui dobbiamo nasconderci alle pattuglie. Ti piacerebbe sentire dell'altra musica?"

Negli occhi dell'Incantatore il sorriso si era fatto vivo e intenso, come Xaidi non aveva mai visto prima, in nessuno.

" Certo. E il mio nome è Xaidi."

" Xaidi? Sarò felice di farti ascoltare altra musica, Xaidi."

Si portò lo strumento alle labbra, e lasciò che la musica fluisse nell'aria morta, portando vibrazioni così intime e così intense che Xaidi le sentì penetrare in ogni angolo del proprio cervello. Qualcosa, in lui, reagiva al messaggio nascosto in quei suoni, ma la parte perfetta e razionale della sua mente era vigile, e attenta, e gli impediva di lasciarli arrivare fin dove avrebbero potuto fare danni.

Posò una mano sulla spalla dell'Incantatore, in parte con l'idea di spaventarlo, e in parte con l'intenzione di ricordargli che era pur sempre un essere inferiore.

L'Incantatore si interruppe.

" Che ti succede? La musica non ti piace già più?"

Il tono era stato ancora dolce, ma anche vagamente divertito.

" E' così che operate i vostri incantesimi?"

" Incantesimi? Forse."

Xaidi si chiese se l'Incantatore stava dicendo sul serio, o se quello non era che uno degli innumerevoli modi di quella specie quasi estinta di deridere i propri distruttori, ma l'altro si alzò, togliendogli il tempo per pensarci.

Così, completamente eretto, era alto quanto lui, ma aveva le spalle troppo strette e la testa troppo piccola; l'evidente incoerenza delle proporzioni tuttavia sembrava non pesargli. Era davvero così? O non era forse la mancanza di perfezione a rendere quella specie violenta e crudele come si diceva che fosse?

" So che cosa sei venuto a cercare nella Città Murata. Cercate sempre la stessa cosa: emozioni. Vere emozioni."

A Xaidi non sembrò che lo deridesse. C'era anzi un’ improvvisa, grave serietà nel tono. Che sapesse quello che non confessavano nemmeno a sé stessi non lo stupì; piuttosto lo stupì la mancanza di vergogna nel parlarne, perché quello era un desiderio considerato disonorevole, anche se segretamente coltivato.

"Fai bene il tuo mestiere, Incantatore." mormorò quindi Xaidi, tra i denti, disturbato dalla sua sfrontatezza.

"Come credi che la Città Murata abbia potuto vivere tanto a lungo, se non avessimo avuto mestieri?

" A lungo? Che vuoi dire?"

" Sei davvero molto ignorante, Xaidi."

Il rimprovero era serio. E meritato, ammise tra sé Xaidi, perché era certamente la sua ignoranza a dare all'Incantatore tanto potere.

" Però dici che siete rimasti in pochi... " ribatté.

" E' vero. Stiamo morendo. Prima o poi la Città Murata sarà tutta vuota... e allora non avrete più alcun luogo dove cercare emozioni."

Il tono era stato di sfida, ma lieve; l'Incantatore lo prese per un braccio e lo spinse verso l'imbocco di un altro vicolo.

" Ma per questa volta posso ancora darti ciò per cui sei venuto!" esclamò. Xaidi si irrigidì al contatto di quella mano troppo calda, e subito l'Incantatore lo lasciò. Adesso i suoi occhi erano pozze di buio.

Sono davvero ignorante, pensò; e non so nulla di questa specie che deve essere stata importante. Ma d’altra parte so ben poco anche della mia, che pure è tanto perfetta e potente! Dovrò rimediare. Dovrò chiedere l'ammissione alla Sessione della Conoscenza!

Seguendo l'Incantatore, tuttavia, la consapevolezza dei propri limiti si sfaldava, travolta dal fattore rischio: l'eccitazione era qualcosa che stava già scorrendo in profondità, come un fiume remoto il cui sbocco alla superficie era ancora lontano, ma non impossibile.

" Ecco ", mormorò l'Incantatore. "Vuoi entrare nella mia casa?"

" Dovrei?"

" Una pattuglia sta svoltando a due vicoli da qui, e sarà a questo angolo tra due minuti esatti. Vuoi farti trovare?"

Xaidi si chinò per passare la soglia, e subito l'Incantatore lo imitò, richiudendo con cura il battente. Era sorprendentemente chiaro, all'interno, come se la luce del sole, negato, vi fosse fatta rivivere artificialmente. Xaidi scese una breve rampa di scale, fino alla vasta sala sottostante, ricca e aliena e colma di oggetti strani.

Intuiva che ci doveva essere una preziosità in tutte quelle cose; ma non era in grado di comprenderla, proprio come non aveva saputo cogliere l'armonia della musica. Queste, come quella, vibravano per un'intima e segreta essenza.

Sfiorò con la punta delle dita uno scintillante oggetto tondo, liscio, freddo al tatto e appena più piccolo del suo pugno, al quale sembrava modellarsi alla perfezione.

" Dicono che siete crudeli e violenti ." mormorò quindi.

" E' vero. Siamo anche crudeli e violenti, a nostra vergogna. Ma tu sei venuto qui a cercare la paura. Tra tante emozioni, è la paura quella che vuoi provare. Così la tua specie non è migliore della mia, se mai ha un senso fare un confronto."

Xaidi aprì la mano rimirando la sfera.

" E tu puoi darmi l'emozione che voglio?"

" Certo."

" Che cosa vuoi in cambio?"

L'Incantatore sorrise. Si era liberato del mantello, e nella luce viva della sua dimora la spessa tutta nera che lo rivestiva brillava, rivelando le sue forme senza perfezione e tuttavia a loro modo armoniose, proprio come tutti gli altri oggetti, e come la sua musica.

" Lo saprai a suo tempo. Ti farò andare in un altro luogo, a portare quella sfera che tanto ti attrae. Non starai via molto, e ti piacerà."

" E la paura dov'è?"

" Quando ti sveglierai avrai tutta la paura che desideri, e non solo quella."

" Che cosa dovrò fare della sfera?"

" Lasciarla. Ma non dovrai farti vedere. Fa parte del gioco."

" Facciamo giochi simili, tra noi giovani. Ma non ci danno paura."

L'Incantatore si chinò su di lui. L'aveva portato a distendersi in una nicchia di luce ovattata; un trasferitore, pensò Xaidi, anche se non aveva mai immaginato che gli Incantatori potessero averne ed essere in grado di farli funzionare.

"I vostri giochi non hanno niente a che vedere con questo. Farai quello che ho detto?"

" Certo!"

L'Incantatore gli sfiorò la fronte. Una specie di carezza lieve, che Xaidi accettò come una parte del cerimoniale, ma che accolse con fastidio. Se Ecke, e Naixi, e Fraise avessero potuto vederlo!

 

" Ricorda che hai un tempo limite, e che sarai riportato qui quando sarà scaduto.", lo avvisò l’Incantatore chiudendo l’involucro che isolava la nicchia. Xaidi strinse nel pugno la sfera e sprofondò nel sonno. Era quello, nel ciclo controllato della sua esistenza, il periodo della quiete: una predeterminata quantità di tempo destinata al riaccumulo delle energie, e durante la quale non erano possibili interferenze dall'esterno. Aveva naturalmente sentito parlare dell'attività sogno, ma era monopolio di pochi eletti, o forse soltanto un'invenzione, e tuttavia doveva essere quello che gli stava accadendo ora.

Gli Incantatori possedevano il segreto del sogno?

Aprì gli occhi investito da una sferzata improvvisa, e impiegò un momento a mettere a fuoco le immagini. Era in un angolo buio, e freddo. Il luogo sembrava l'incrocio di uno o più corridoi molto ampi, e riuscì a distinguere i particolari delle pareti bianche. La sfera era calda, adesso, nella sua mano, e palpitava come se fosse stata viva.

Xaidi si alzò e mosse qualche passo oltre l'incrocio, verso il corridoio più illuminato. C'era ovunque un gran silenzio, e il luogo sembrava vuoto. Un po' come il loro Istituto di Apprendimento durante una Sessione di Conoscenza.

Gli venne da sorridere all'idea. Forse dopotutto l'Incantatore si era preso gioco di lui, e l'aveva spedito dritto all'Istituto.

Più avanti c'erano alcune porte, e dei cartelli. La luce virava al blu, ed era accogliente. Xaidi si fermò a decifrare il primo cartello.

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Vietato l'ingresso ai non addetti

La sfera era diventata caldissima e fastidiosa quanto la carezza dell'Incantatore. Xaidi la posò a terra, accanto alla porta. Un rumore lieve di passi ancora lontani gli arrivò improvviso, senza portargli paura: era esattamente come nei loro giochi. Aveva tutto il tempo per non farsi vedere e in questo, come in quelli, non c'era emozione!

Riparò oltre l'angolo e il sonno, o il sogno, lo riafferrò all'improvviso dandogli questa volta una sensazione di vuoto; qualcosa di mai provato prima: una specie di sbilanciamento che lo trovò carponi nel momento in cui riaprì gli occhi.

Non era nella dimora dell'Incantatore.

Questa sala era molto più vasta, e diversa. Come quella conteneva una gran quantità di cose ed era molto illuminata, e tuttavia era diversa.

Xaidi si mosse adagio. Si sentiva intorpidito, e strano. Guardò distrattamente verso le vetrine: c'erano oggetti, strumenti, cose che aveva già visto dall'Incantatore, ma che non erano le stesse. Non si fermò a leggere i piccoli cartelli su ogni vetrina.

Percepì da una sala vicina delle voci imprecise, diverse da quelle che era abituato ad ascoltare. Dalle quattro grandi vetrate pioveva all'interno la luce del sole. Quindi doveva aver dormito. E... sognato?

Uscì dalla sala seguendo le voci. La struttura dell'edificio era aliena per lui: l’apertura delle sale non seguiva l'allineamento matematico con l'asse dell'edificio stesso, e anche il materiale impiegato per costruirlo era strano. Sembrava, in alcuni punti, il vecchio materiale della Città Murata.

Esitò, sull'ingresso della sala vicina. Quelli di cui aveva sentito le voci stavano girando qui e là, da una vetrina all'altra: il loro chiacchierio era indiscutibilmente bizzarro, colmo di inflessioni, sorprendentemente ricco. Erano tutti Incantatori?

E che posto era quello?

Xaidi si rifugiò nella terza sala. Adesso il malessere era diventato qualcosa di profondo che lo faceva sentire smarrito.

Paura. Forse era questa la paura.

Si mosse tra le vetrine, lentamente, per nascondersi. La vetrina centrale conteneva un corpo che guardò affascinato: era smembrato e si vedevano lembi di pelle perfettamente conservata e microcircuiti e organi in coltura, e tutto il viso era divorato da quel tentativo di evidenziare l'interno, così che i capelli erano immersi nel loro bagno di coltura in una vetrina staccata, e così gli occhi azzurro vivo, e la valvola del cuore.

Xaidi appoggiò le mani al vetro. Era gelato, persino per lui.

Oppure era la paura, ad essere gelo?

Lesse il cartello: Progetto di creatura a sviluppo genetico integrato, stadio avanzato. Realizzazione mai ultimata per la distruzione degli impianti di Alistel nella notte del 22 giugno 2227.

Reperti raccolti dall'Istituto di Archeologia Superiore di Alistel nella campagna di ricerca del territorio della Baia di Alistel " 2425.2436.

Xaidi tremò appena, staccandosi. Che cosa avevo detto, l'Incantatore?

Quando ti sveglierai avrai tutta la paura che desideri e non solo quella?

Xaidi si avvicinò all'umano che stava sulla soglia, distratto. Lo toccò appena sulla spalla.

" Si? " fu tutto quello che disse, girandosi.

Xaidi indicò la vetrina.

" Che cosa vuoi sapere?"

" Perché?"

L'altro sorrise; un sorriso che appena ricordava quello dell'Incantatore: un sorriso umano.

" Perché siamo stati fortunati! L'esplosione che quella notte ha distrutto la fabbrica di quelle cose probabilmente ci ha salvati. La storia dice che ci furono migliaia di morti, allora. Un prezzo alto; ma che cosa ne sarebbe stato di noi se quelli avessero potuto entrare in funzione? Erano così perfetti, che avrebbero finito per spazzarci via!"

" Non era un bene che fossero perfetti?"

Gli occhi dell'umano si fecero seri. "No davvero! La perfezione non è una misura umana."

" Non ne sono stati fatti altri?"

" Dopo l'incidente è stato posto il veto all'intero progetto. Ma se ti interessa tanto ci sono degli opuscoli in vendita, là in fondo, al banco."

Xaidi assentì appena con il capo, e si allontanò. Si trovò nell'atrio del museo seguendo la piccola folla di umani, e se ne staccò subito, fuggendo fuori.

Ampie terrazze bianche si aprivano da quel punto a coronare la Baia di Alistel. Appena sotto scorreva la strada che portava alla Città Murata, e che poi girava tutt’intorno alla baia. Soltanto che non c'era più alcuna Città Murata, ma un insieme di alti edifici bianchi e argento, e alberi e giardini, e il verde copriva gran parte della baia, là dove invece c'era stata la sua città di metallo, così perfetta e silenziosa.

Senza fiato, Xaidi sedette su di un gradino, si strinse le mani al petto e restò immobile. Neanche vedeva le occhiate curiose delle ragazze, attratte dalla sua bella figura perfetta, dagli occhi azzurri smalto e dai capelli biondi e sottili come seta.

Lentamente, la verità si faceva strada, e facendosi strada gli svelava quanto la sua ignoranza era stata colpevole, e quanto poco incanto l'umano aveva dovuto usare su di lui, per farlo tornare indietro nel tempo a mutare gli eventi.

Non ci sarebbe stato più alcun luogo per lui. Non più gli amici, non più Fraise. Nulla.

Xaidi si lasciò sfuggire un urlo, e qualcuno si avvicinò per dargli aiuto. Xaidi fu afferrato dal sapore della paura, e scappò via, scendendo di terrazza in terrazza fino alla baia, dove tutto il verde inutile che avevano annientato prosperava invece rigoglioso. Un umano stava lì, una corta canna scura e fumante tra i denti, un bastone teso sull'acqua a sfiorarne il pelo, un filo alla deriva.

Si girò seccato alla sua intrusione.

" Buono! " esclamò. " Spaventi i pesci!"

Xaidi osservò le cose ammucchiate accanto all'uomo, che si agitavano ancora debolmente.

" Che cosa sono? E tu cosa stai facendo?"

L'umano lo guardò incuriosito. Aveva occhi scuri, in fondo ai quali guizzò il divertimento.

" Sto pescando. Sei davvero molto ignorante, se non capisci nemmeno quello che sto facendo."

Xaidi si tirò indietro.

Il dolore dilagava adesso come un mare in piena, dentro di lui. Ogni fibra del suo corpo, ogni organo, ogni bioaggancio ne erano colmi.

Girò le spalle alla baia, e alla città che non era più sua, e ai luoghi che non riconosceva.

Aveva molto più della paura.

Ma non aveva più nessuno a cui dirlo.

 

 

 

L'INCANTATORE
di Mariangela Cerrino

Disegno di Alessandro Bani